Capitolo V - Approfondimenti

1. Ridurre il disavanzo: un bene o un male per gli investimenti?
2. La recessione statunitense del 2001
3. La dinamica del modello IS-LM

 


Ridurre il disavanzo: un bene o un male per gli investimenti?

Avrete sicuramente già sentito il seguente ragionamento: «Il risparmio privato è destinato a finanziare il disavanzo di bilancio oppure gli investimenti. Non bisogna quindi essere dei geni per concludere che la riduzione del disavanzo di bilancio permette di liberare parte del risparmio, e aumenta gli investimenti».
Questo ragionamento è piuttosto semplice e pare pure convincente. Ma come lo conciliamo con quanto visto nel testo, e cioè che la riduzione del disavanzo può ridurre invece che aumentare gli investimenti?
Dal capitolo 3 ricordiamo che possiamo pensare all’equilibrio sul mercato dei beni come alla condizione:


I = S – (G – T)
investimento = risparmio privato – disavanzo di bilancio


L’investimento deve essere uguale al risparmio totale – cioè al risparmio privato meno il disavanzo di bilancio (che equivale a un risparmio negativo da parte del governo).
È quindi sempre vero che, a parità di risparmio privato, se il governo riduce il suo disavanzo – aumentando le imposte o riducendo la spesa pubblica – gli investimenti devono necessariamente aumentare.
Il punto cruciale di questa argomentazione è «a parità di risparmio privato». Una stretta fiscale, infatti, influenza anche il risparmio privato, in quanto riduce la produzione, il reddito, e quindi anche il consumo. Dal momento che il consumo diminuisce meno che proporzionalmente rispetto al reddito, una stretta fiscale riduce anche il risparmio privato. E nulla vieta che diminuisca più della riduzione del disavanzo di bilancio, provocando in tal modo una riduzione e non un aumento dell’investimento. In sintesi, una stretta fiscale potrebbe ridurre l’investimento. Guardando al caso opposto, un’espansione fiscale – cioè una riduzione delle imposte o un aumento della spesa pubblica – potrebbe aumentare l’investimento.



La recessione statunitense del 2001

Nel 1992, l’economia degli Stati Uniti è entrata in una lunga fase di espansione. Per tutti gli anni Novanta, la crescita del PIL è stata positiva ed elevata. Nel 2000, però, sono comparsi i primi segnali che l’espansione sarebbe presto giunta al termine: nel terzo trimestre la crescita del PIL è stata negativa, sebbene sia ritornata positiva nel trimestre successivo. Nel 2001, la crescita del PIL è rimasta negativa per i primi tre trimestri, per poi tornare positiva nell’ultimo (la fig. 1 riporta il tasso di crescita del PIL dal primo trimestre del 1999 al quarto trimestre del 2002). Il National Bureau of Economic Research (noto come NBER), un’organizzazione non profit che da sempre misura le fasi di espansione e di recessione degli Stati Uniti, ha concluso che nel 2001 gli Stati Uniti erano effettivamente entrati in recessione, da marzo a dicembre.
Ciò che ha provocato la recessione non è stato – come nel 1990-1991 – un calo della domanda di consumi, ma un crollo della domanda di investimenti. L’investimento non immobiliare – la domanda di stabilimenti e macchinari da parte delle imprese – in quell’anno è diminuito del 4,5%. La causa è stata la fine del periodo che Alan Greenspan aveva definito di “euforia irrazionale”.
Nella seconda parte degli anni Novanta, le imprese erano state estremamente ottimiste circa il futuro, e di conseguenza il tasso di investimento aveva raggiunto livelli molto elevati. Tra il 1995 e il 2000, il tasso di crescita medio annuo degli investimenti aveva superato il 10%. Tuttavia, nel 2001 era divenuto evidente che le imprese erano state eccessivamente ottimiste e avevano investito troppo. Ciò le ha portate a tagliare gli investimenti, causando un calo della domanda e, attraverso il moltiplicatore, un calo del PIL. La recessione sarebbe potuta anche essere più grave, ma fu contrastata da un’appropriata risposta di politica economica, che ne ha indubbiamente limitato la gravità e la durata.

 

Consideriamo innanzitutto la politica monetaria. Dall’inizio del 2001, la Fed, nel timore che l’economia stesse rallentando, ha iniziato ad aumentare l’offerta di moneta e a ridurre fortemente il tasso di interesse sui federal funds (la fig. 2 mostra l’andamento del tasso di interesse sui federal funds tra il primo trimestre del 1991 e il quarto trimestre del 2002). Ha continuato a farlo per tutto l’anno. Il tasso sui federal funds, che in gennaio era pari al 6,5%, alla fine dell’anno era sceso a meno del 2%, un livello molto basso per gli standard storici.
Passiamo alla politica fiscale. Durante la campagna elettorale del 2000, il candidato George Bush ha promesso un programma di riduzione delle imposte. Egli sosteneva che il bilancio federale era in avanzo, e pertanto c’era spazio per ridurre le imposte senza compromettere il bilancio. Nel 2001, quando il presidente è entrato in carica, era chiaro che l’economia stava rallentando e ciò gli ha fornito un ulteriore motivo per ridurre le imposte: aumentare la domanda e combattere la recessione. I bilanci del 2001 e del 2002 includevano forti tagli fiscali. Dal lato della spesa, gli eventi dell’11 settembre del 2001 hanno causato un aumento delle uscite, soprattutto per la difesa interna ed estera.

La figura 3 mostra l’andamento delle entrate e della spesa del governo federale tra il primo trimestre del 1999 e il quarto trimestre del 2002, entrambe espresse in percentuale sul PIL. Si noti il forte calo delle entrate iniziato nel terzo trimestre del 2001.
Anche senza tagli delle imposte, le entrate sarebbero comunque diminuite durante la recessione: un prodotto e un reddito più bassi riducono automaticamente le entrate fiscali. Tuttavia, a causa dei tagli fiscali, nel 2001 e nel 2002 la riduzione delle entrate è stata molto maggiore di quanto fosse dovuto alla sola recessione. Si noti anche il modesto ma costante aumento della spesa iniziato all’incirca nello stesso periodo.
Di conseguenza, l’avanzo di bilancio – la differenza tra entrate e spesa – è diventato negativo nel 2001, e ancor di più nel 2002, dopo essere stato positivo fino al 2000.
Gli effetti della riduzione iniziale della domanda di investimento e le risposte di politica fiscale e monetaria possono essere rappresentati in uno schema IS-LM. Nella figura 4, assumiamo che l’equilibrio alla fine del 2000 sia rappresentato dal punto A, all’intersezione tra la curva IS iniziale e la curva LM iniziale. Nel 2001 è accaduto ciò che segue:

  • La riduzione dell’investimento ha fatto spostare la curva IS verso sinistra, da IS aIS″. In mancanza di interventi di politica economica, l’economia si sarebbe spostata nel punto A″, con una produzione Y″.
  • L’aumento dell’offerta di moneta ha fatto spostare la curva LM verso il basso, da LM a LM′.
  • La riduzione delle aliquote fiscali e l’aumento della spesa hanno entrambe causato uno spostamento della curva IS verso destra, da IS″ a IS′.

 


Fig. 4. La recessione statunitense del 2001.

Come conseguenza del calo della domanda di investimento e delle due risposte di politica economica, nel 2001 l’economia si trovava nel punto A′, con un calo di produzione e un tasso di interesse di gran lunga inferiore. Il livello di produzione associato ad A′ era molto più basso di quello associato ad A – a causa della recessione – ma molto più alto di quello associato ad A″, il livello che avrebbe prevalso in assenza di interventi di politica economica.
Concludiamo rispondendo a tre domande che, a questo punto, vi starete ponendo:

• Perché la politica fiscale e quella monetaria non sono state usate per evitare, invece che solo per ridurre, la recessione?
La ragione è che le variazioni di politica economica hanno effetto sulla domanda e sulla produzione solo nel corso del tempo.
Quindi, nel momento in cui è diventato chiaro che l’economia statunitense stava entrando in recessione, era già troppo tardi perché la politica economica potesse evitarlo. Ciò che la politica economica ha potuto fare è ridurre la gravità e la durata della recessione.

• Gli eventi dell’11 settembre hanno contribuito a causare la recessione?
La risposta, in breve, è no. Come abbiamo visto, la recessione è iniziata ben prima dell’11 settembre, ed è finita poco dopo.
In effetti, nell’ultimo trimestre del 2001 la crescita del PIL è stata positiva. Ci si sarebbe potuto aspettare – ed effettivamente molti economisti se lo aspettavano – che gli eventi dell’11 settembre avessero un forte impatto sulla produzione, causando soprattutto il ritardo delle decisioni di spesa da parte delle imprese e dei consumatori. Ma, di fatto, il calo della spesa è stato modesto e di breve durata. I tagli dei tassi sui federal funds dopo l’11 settembre – e i forti sconti praticati dai produttori di automobili nell’ultimo trimestre del 2001 – sono stati cruciali per mantenere elevate la fiducia e la spesa dei consumatori in quel periodo.

• Il mix di politica fiscale e monetaria usato per combattere la recessione è un buon esempio di come condurre la politica economica?
Su questo, gli economisti non sono d’accordo tra loro. La maggior parte di essi apprezza la Fed per aver fortemente ridotto i tassi di interesse non appena l’economia ha iniziato a decelerare. Ma pensa anche che i tagli fiscali del 2001 e 2002 abbiano causato disavanzi di bilancio ampi e duraturi. Essi sostengono che i tagli delle imposte avrebbero dovuto essere temporanei, per aiutare l’economia a uscire dalla recessione, ma che subito dopo sarebbero dovuti terminare.
Invece, i tagli fiscali sono stati permanenti; nonostante l’economia statunitense sia oggi nel bel mezzo di una forte espansione, il disavanzo di bilancio è ancora elevato e si calcola che rimarrà tale per almeno tutto il resto del decennio. Questo in futuro causerà molti problemi.

 

[inizio pagina / chiudi finestra]

copyright by Società editrice il Mulino
consulta la licenza d'uso