Capitolo IV - Approfondimenti

1. Attenzione alle trappole semantiche: moneta, reddito o ricchezza?
2. La corsa agli sportelli
3. Domanda di moneta e tasso di interesse: l'evidenza empirica

 


Attenzione alle trappole semantiche: moneta, reddito o ricchezza?

Nella vita di tutti i giorni usiamo le parole «moneta», «reddito» e «ricchezza» in modo abbastanza generico. Poiché in economia bisogna essere più precisi, presentiamo una breve guida ad alcuni termini e al loro preciso significato economico.
Il reddito è ciò che guadagniamo – dal lavoro, dalle rendite, dagli interessi e dai dividendi. Esso è un flusso – in altre parole è espresso per unità di tempo: reddito settimanale, reddito mensile o reddito annuale.
Quando chiesero al miliardario J. Paul Getty quale fosse il suo reddito, egli rispose «1.000 dollari». Era vero, ma si trattava del suo reddito al minuto!
Il risparmio è la parte di reddito disponibile (reddito al netto delle imposte) che non è consumata. Anch’esso è un flusso. Ad esempio, se risparmiate il 10% del vostro reddito, che supponiamo essere di 3 mila euro al mese, ogni mese risparmiate 300 euro. Risparmi (al plurale) è spesso usato come sinonimo di ricchezza, il valore che abbiamo accumulato nel tempo. Per evitare confusioni, nel libro non lo useremo.
La vostra ricchezza finanziaria, o semplicemente la vostra ricchezza, è il valore di tutte le vostre attività finanziarie al netto delle vostre passività finanziarie. A differenza di reddito e risparmio, che sono variabili flusso, la ricchezza finanziaria è uno stock.
Essa dà il valore della ricchezza in un dato momento nel tempo. In un preciso istante, il valore totale della ricchezza è fisso, non si può cambiare. Ciò che potete fare è cambiarlo nel corso del tempo, risparmiando o decumulando ricchezza. Esso cambia nel tempo anche in base alle variazioni nel valore delle attività finanziarie. Potete inoltre modificare la composizione della vostra ricchezza, ad esempio, la quota relativa di azioni e di titoli nel portafoglio.
Le attività finanziarie che possono essere usate direttamente per acquistare beni sono chiamate moneta. La moneta include il circolante e i depositi bancari (in pratica i depositi a fronte dei quali si possono emettere assegni). Anche la moneta è uno stock. È possibile avere un’enorme ricchezza, ma poca disponibilità di denaro – ad esempio, un milione di euro in azioni, ma solo 500 euro sul conto corrente. Oppure, è possibile avere un reddito elevato, ma poca disponibilità di moneta – ad esempio, avere un reddito mensile di 10 mila euro, ma un piccolo saldo positivo sul conto corrente bancario.
L’investimento è un termine che gli economisti riservano all’acquisto di nuovi beni capitali, dai macchinari agli impianti.
Conseguentemente, quando ci riferiamo all’acquisto di azioni o di altre attività finanziarie, è meglio usare il termine investimento finanziario.
In sostanza, in economia bisogna imparare ad essere precisi. È meglio non dire: «Maria fa un sacco di soldi», ma «Maria riceve un reddito elevato». Allo stesso modo, non si dovrebbe dire: «Giovanni ha un sacco di soldi», ma «Giovanni è molto ricco».



La corsa agli sportelli

Concedere un prestito a un’impresa e acquistare un titolo del debito pubblico sono attività più simili di quanto non sembrerebbe a prima vista. In entrambi i casi, si tratta del pagamento di una somma iniziale di moneta (il prestito o il pagamento per il titolo) in cambio di una promessa di rimborso del capitale più il pagamento degli interessi a una certa data futura. Perciò, per semplicità, abbiamo assunto che le banche detenessero soltanto titoli.
C’è un solo aspetto che differenzia la concessione di un prestito dall’acquisto di un titolo. I titoli, e in particolare i titoli pubblici, sono molto liquidi: in caso di bisogno, possono essere venduti in modo veloce e conveniente sul mercato dei titoli. I prestiti alle imprese, al contrario, spesso non sono liquidi. Chiederne il rimborso potrebbe essere impossibile: l’impresa che ha usato il prestito per acquistare un nuovo macchinario non ha più disponibilità di contante. Inoltre, vendere il prestito a una terza parte potrebbe risultare molto difficile, in quanto i potenziali acquirenti sono generalmente poco informati sull’affidabilità dell’impresa.
Questo fatto ha un’importante conseguenza.
Consideriamo una banca in buone condizioni, con un portafoglio di prestiti efficiente. Supponiamo ora che si sparga la voce che alcuni prestiti concessi dalla banca non saranno ripagati. Credendo che la banca fallirà, i correntisti vorranno chiudere i loro conti correnti e ritirare il contante. Se un discreto numero di persone si comporta allo stesso modo, la banca finirà le sue riserve. Dato che non può chiedere il rimborso dei prestiti, la banca non sarà in grado di soddisfare la domanda di contante e sarà costretta a chiudere.
Il timore che una banca possa chiudere può quindi causare proprio la chiusura della banca stessa, anche se tutti i suoi prestiti sono sicuri. La storia finanziaria degli Stati Uniti fino agli anni Trenta è costellata di numerose corse agli sportelli. Il caso classico è quello di una banca che fallisce per ragioni valide (cioè perché i suoi prestiti sono rischiosi); ciò intimorisce i correntisti di altre banche, che corrono a ritirare i loro depositi, inducendo il fallimento delle altre banche, indipendentemente dalla loro situazione finanziaria. Forse ricorderete La vita è meravigliosa, un vecchio film con James Stewart che è riproposto in tv negli Stati Uniti ogni anno intorno a Natale. A causa del fallimento di una banca della stessa città, i correntisti dell’istituzione di risparmio privata di cui James Stewart è direttore s’intimoriscono e iniziano a chiedere la restituzione dei loro depositi. Ci vorrà tutta l’abilità di Stewart per dissuadere i suoi clienti e per evitare il fallimento. Il film ha un lieto fine, ma molte corse agli sportelli in quegli anni finirono male.
Cosa si può fare per evitare queste crisi di liquidità?
Negli Stati Uniti, questo problema è stato risolto sin dal 1934 con l’assicurazione federale sui depositi. Con essa il governo statunitense assicura i correntisti fino a un massimo di 100 mila dollari per conto. In questo modo non c’è ragione per intimorirsi e correre agli sportelli per ritirare i propri depositi e le banche sane sono protette da fallimenti a catena.
Tuttavia, molti osservatori hanno rilevato che l’assicurazione federale sui depositi soffre di problemi propri. Dato che i correntisti non devono più preoccuparsi dei loro depositi, essi non controllano più lo stato di salute delle loro banche, incentivando le stesse a comportarsi in modo imprudente: esse concedono prestiti rischiosi che non avrebbero mai concesso in assenza dell’assicurazione federale. Una soluzione alternativa, spesso proposta ma non applicata, è costituita dall’introduzione di vincoli di portafoglio. Tali vincoli obbligherebbero le banche a detenere titoli di Stato sicuri e liquidi, con i T-Bills (titoli del Tesoro a breve). Questo eviterebbe sia l’assalto agli sportelli, sia la necessità dell’assicurazione federale sui depositi. I prestiti alle imprese sarebbero invece effettuati da altri intermediari finanziari.



Domanda di moneta e tasso di interesse: l'evidenza empirica

La nostra equazione della domanda di moneta – l’equazione [4.1] – rispecchia bene i dati? In particolare, quanto risponde effettivamente la domanda di moneta ai movimenti del tasso di interesse? Per rispondere, dividiamo entrambi i lati dell’equazione [4.1] per $Y:

Il termine sul lato sinistro dell’equazione è il rapporto tra domanda di moneta e reddito nominale – in altre parole, quanta moneta le persone vogliono tenere in relazione al loro reddito. Poiché L(i) è una funzione decrescente del tasso di interesse i, questa equazione ci dice: quando il tasso di interesse è alto, il rapporto moneta/reddito nominale dovrebbe essere basso. Quando invece il tasso di interesse è basso, il rapporto moneta/reddito nominale dovrebbe essere alto.
Quindi, se l’equazione [4.1] – e di conseguenza anche l’equazione scritta sopra – è una buona descrizione della realtà, dovremmo osservare una relazione inversa tra il rapporto moneta/reddito nominale e il tasso di interesse. Questo è quanto spiega la figura 1, che mostra per gli Stati Uniti il rapporto moneta/reddito nominale e il tasso di interesse nel tempo, per il periodo dal 1960 al 2000.

M/SY. Rapporto tra moneta e reddito nominale annuo Tasso di interesse (%)
fig. 1. Il rapporto moneta/reddito e il tasso di interesse, 1960-2000.

Il rapporto tra moneta e reddito nominale è costruito come segue. La moneta, M, è la somma di circolante (moneta e banconote emesse dalla banca centrale), assegni turistici (traveller’s cheques) e conti correnti (depositi a fronte dei quali è possibile emettere assegni). Questa misura della moneta è chiamata M1. Il reddito nominale è misurato dal Pil nominale, $Y. Il tasso di interesse, i, è misurato dal tasso di interesse medio pagato ogni anno dai titoli di Stato.
La figura 1 suggerisce due conclusioni principali:

  • La prima è il sensibile declino del rapporto tra moneta e reddito nominale dal 1960. Nel 2000 il tasso di interesse era più o meno allo stesso livello del 1960. Eppure il rapporto tra moneta e reddito nominale è sceso a circa la metà del suo livello del 1960 (nel 2000 era l’11% rispetto al 27% del 1960).
    Gli economisti sono soliti riferirsi all’inverso di questo rapporto – cioè, al rapporto tra reddito nominale e moneta – come alla velocità di circolazione della moneta. Il termine deriva dall’idea abbastanza intuitiva che se il rapporto tra reddito nominale e moneta è più elevato, il numero di transazioni, per una data quantità di moneta, aumenta e quindi la moneta circola più velocemente. In altre parole, la velocità della moneta è maggiore. Un modo alternativo– ma equivalente – di descrivere la prima caratteristica della figura 1 è dire che la velocità è aumentata da circa 3,7 (1/0,27) nel 1960 a circa 9,1 (1/0,11) nel 2000.
    Per quale motivo la velocità è aumentata tanto negli ultimi 40 anni? La ragione nonè difficile da indovinare. Le numerose innovazioni avvenute nei mercati finanziari hanno reso possibile detenere meno moneta per far fronte allo stesso livello di transazioni. Forse lo sviluppo più importante è costituito dall’uso massiccio delle carte di credito. A prima vista, le carte di credito sembrerebbero moneta: quando facciamo acquisti, non ci chiedono forse se intendiamo pagare in contanti o con la carta di credito? Tuttavia, al di là delle apparenze, le carte di credito non sono moneta. Quando usiamo la nostra carta di credito in un negozio, di fatto noi non paghiamo. Paghiamo quando riceviamo l’addebito sul nostro conto corrente. Quello che le carte di credito ci consentono di fare è concentrare molti pagamenti nello stesso giorno e ridurre in tal modo l’ammontare medio di contante che ci serve. Di conseguenza, dovremmo aspettarci che l’introduzione delle carte di credito abbia progressivamente ridotto la domanda di moneta a parità di reddito. La figura 1 mostra che questo è proprio quello che è successo.
  • La seconda conclusione è che c’è una relazione negativa tra le variazioni annuali del rapporto moneta/reddito nominale e il tasso di interesse. Nella figura 1, tuttavia, il declino tendenziale del rapporto moneta/reddito nominale rende difficile vedere questa relazione in modo chiaro. Un modo migliore di guardare alle variazioni annuali è con un diagramma di dispersione.


fig. 2. Variazione del tasso di interesse e variazione del rapporto moneta/reddito, 1960-2000.

Le variazioni del tasso di interesse sono misurate sull’asse verticale, mentre le variazioni del rapporto moneta/reddito nominale sono misurate sull’asse orizzontale. Ogni punto, rappresentato da un quadrato, corrisponde a un anno. Le due rette – verticale e orizzontale – mostrano i valori medi delle variazioni del rapporto moneta/reddito nominale e del tasso di interesse nel periodo 1960-2000. La figura mostra una relazione negativa tra le variazioni annuali del tasso di interesse e le variazioni del rapporto moneta/reddito nominale. Notate che la maggior parte dei punti si trova o nel quadrante di nord-ovest (dove il tasso di interesse aumenta, e il rapporto moneta/ reddito diminuisce) oppure nel quadrante di sud-est (dove il tasso di interesse diminuisce, e il rapporto moneta/reddito aumenta). La relazione non è stretta, ma se provassimo a disegnare una retta che approssima la nuvola di punti, avrebbe chiaramente inclinazione negativa, come previsto dalla nostra equazione della domanda di moneta.

 

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