08.06.17 - KoreanWar/1

Mr. Cho: la guerra infinita


di Redazione Sitomulino
11 Jun 2017

Gastone Breccia, bizantinista e storico militare, è in Corea per un reportage sulle guerre passate e sulle tensioni recenti. Questo è il suo diario che diventerà un libro per il Mulino.

Per i giovani questa guerra non esiste; per gli anziani non è mai finita. La Corea è un paese diviso, ma non soltanto dal 38mo parallelo.

C'è un confine invisibile nella memoria collettiva, nel timore del pericolo esterno, nella percezione - o nella mancata percezione - del destino comune di un paese e di un popolo.

Il signor Cho, classe 1927, mi ha dato appuntamento alla caffetteria dell'Hotel Koreana, a pochi passi dalla City Hall di Seoul. Dopo qualche istante di cerimoniosa vaghezza, che gli serve a farsi un'idea di chi ha di fronte, il suo racconto - in inglese approssimativo, ma perfettamente comprensibile - si fa vivace e diretto. Nel 1945 era studente di odontoiatria per sfuggire al reclutamento nell'esercito nipponico; appena arrivati gli americani, dopo la resa del Giappone e l'indipendenza coreana, ha iniziato a studiare inglese per rendersi utile alle forze di occupazione. "C'era pericolo di diventare comunisti, tutti quanti", dice, "e non lo volevamo". È un plurale che andrebbe definito meglio: quel "noi", in realtà, indica solo una minima parte dei coreani di allora, nazionalisti e anticomunisti, espressione della vecchia élite di proprietari terrieri al potere da sempre, che era venuta a patti con gli occupanti giapponesi ma non era disposta a farlo con i "rossi" e il loro programma di rivoluzione sociale. Il giovane Cho lottava per i propri privilegi, e al tempo stesso per un'idea di rinascita nazionale protetta dall'Occidente fuori dall'ombra minacciosa di Stalin; con tutto il suo popolo, finì travolto in una guerra civile unica nel suo genere, una sorta di tragico esperimento politico-militare condotto dalle nuove superpotenze ancora incerte sui caratteri e i limiti del loro stato di "conflitto mondiale non dichiarato".

È un racconto avvincente: di fronte ai miei occhi, nelle parole del signor Cho, passano i civili in fuga verso l'unico ponte sul fiume Han durante la notte del 27 giugno 1950 - il ponte che un ufficiale del genio in preda al panico farà saltare troppo presto, causando una strage; l'alba deserta, l'aria densa per il fumo degli incendi, la sagoma minacciosa del primo T-34 all'angolo di una strada; il rifugio momentaneo a casa di un cugino, che sorprendentemente gli dice "perché mai stai scappando? È il nuovo mondo, è la felicità per tutti"...

In parte aveva ragione: era un mondo nuovo, ma non certo felice. Per la comunità internazionale, sotto la bandiera delle Nazioni Unite, iniziava in quei giorni un intervento militare "in soccorso di una nazione aggredita" che sarebbe riuscito soltanto a ripristinare lo status quo ante; per i coreani, erano invece le prime scene di una tragedia lunghissima, di cui i civili sarebbero stati i più dolorosi protagonisti. Una tragedia che non si è ancora conclusa, ripete il signor Cho prima di salutarci: "You have to write it: Korean War maybe forgotten, but not finished!"