Il nostro tema, Gli intellettuali
e la politica, si può svolgere solo collocandolo in
contesti storici e geografici determinati: vi è un cronotopo
che segna ogni esistenza, da cui non si può prescindere,
né per fare né per conoscere.
Il primo quadro storico che
trovo nel cronotopo della mia generazione, è segnato dal
comunismo (1917-1989) e dalle relazioni che si sono stabilite con
esso, di consenso o di opposizione, di partecipazione o di resistenza.
Realtà e mito del comunismo sono stati importantissimi per
gli intellettuali vissuti nel secolo breve e sanguinoso: più
di nazismo e fascismo, che pure vi sono stati molto rilevanti. Già
la durata del fenomeno comunista è stata assai superiore
agli altri due totalitarismi (72 anni contro 12 e 23); i territori
attraversati o invasi sono pure stati incomparabili per le dimensioni
e la pluralità di localizzazioni; anche la pretesa di novità
antropologica è stata, con il comunismo (europeo, asiatico,
latino-americano), più ampia e più radicale che nel
fascismo (italiano, iberico, greco), che nel nazismo (tedesco e
balcanico).
Gli intellettuali impegnati
a favore del comunismo, comunisti iscritti o fiancheggiatori del
partito, sono stati numerosissimi, anche nei paesi europei che non
hanno sperimentato la conquista comunista del potere: in Italia,
in particolare, il lavoro culturale del partito comunista,
per lunghi anni, ha avuto dimensioni e articolazioni incomparabili
rispetto a quello di ogni altra forza politica. E comunista,
questo dato va sottolineato perché si sta attenuando nel
ricordo, si diceva allora con riferimento forte allesperienza
sovietica: era lUrss il paese guida del movimento
comunista internazionale.
Per lunghi anni i problemi
del mondo, e anche di numerose società nazionali, sono stati
visti, giudicati, affrontati, a partire dal pensiero di Marx nella
interpretazione che se ne dava in Urss, con grande attenzione ai
trattini che univano Lenin a Marx, e Stalin a Lenin,
con una compressione enorme di altre figure, accettando di fatto
tutte le manipolazioni storiche imposte dallalto del potere
sovietico: non a caso, una sua definizione molto suggestiva ha parlato
di ideocrazia. Certo, vi sono, a un certo punto, anche
le storie di Mao e Ho Ci Min, di Castro e Guevara, ma è la
vicenda sovietica che ha fornito il fondamento della grande convinzione:
in nome della realtà dellUrss, gli occhi di molti filosofi,
storici, letterati, si sono chiusi su errori ed orrori del comunismo
in azione; o, vedendoli, li si è interpretati come prezzi
necessari, da pagare in vista del grande obiettivo perseguito dalla
Rivoluzione in via di affermarsi: prima in un solo paese, poi in
un sesto del mondo, nel pensiero, pieno di entusiasmo o di timori,
di una vittoria totale inevitabile.
In Occidente il consenso di
tanti intellettuali alla Rivoluzione comunista non è avvenuto
per paura, né per corruzione: piuttosto, nelladesione,
si sono rivelati deboli il rigore critico e la sagacia politica
di molti pur attrezzati culturalmente.
Non è vero, però,
che legemonia culturale dei comunisti sia stata così
forte e travolgente come gli anticomunisti lamentano e denunciano,
con unaggressività che la dissoluzione comunista ha
accresciuto nei peggiori di loro. Una resistenza al
totalitarismo del regime e del movimento comunista, una opinione
critica nei suoi confronti, cè sempre stata, prima
e dopo la Seconda Guerra Mondiale, in molti luoghi e contesti: anche
contro i comunisti al governo, dissociandosi o opponendosi al loro
regime, totalitario e totalizzante.
In Italia, per gli equilibri
politici avutisi, la critica del comunismo non si è associata
a rischi esistenziali. È sempre stata una opzione possibile,
di fatto compiuta da molti. Già la semplice esistenza del
Mulino, a Bologna, e la sua vitalità, dalle origini nel lontano
1951 ad oggi (ma le radici del nostro gruppo risalgono più
indietro, al biennio 43-45), smentiscono la generalizzazione tendenziosa
che voglia presentare come incontrastata una egemonia culturale
comunista: riviste italiane di quellepoca, dal Ponte
a Comunità, per tacere di Cronache sociali
(a mio giudizio la più importante del dopoguerra italiano),
sono lì a provare che non ci sono stati solo intellettuali
organici al Partito comunista. E anche per quelli che accettavano
una relazione così caratterizzante, occorre distinguere grano
dal loglio, a cominciare dal Politecnico, o guardando
dentro i cataloghi di Einaudi e Laterza, o incontrando figure complesse
come quella di Pasolini. In Italia, rischi veri si sono corsi, dagli
anni Venti alla Liberazione, se si era antifascisti: questa è
una delle ragioni che rende più vitale, e più responsabilizzante,
tra noi, la fedeltà alla Resistenza e molto delicato il passaggio,
pur necessario, dallantifascismo al postfascismo.
Noi del Mulino, sicuramente,
mai siamo stati comunisti. Da sempre ci siamo collocati tra i critici
del regime esistente in Urss, delle Democrazie popolari nei satelliti
dellEst europeo, e di parte grandissima della storia del Pci.
Di questo partito, però, abbiamo apprezzato il valore della
scelta democratica, di fatto indicata da Togliatti fin da Salerno,
e mantenuta per decenni, sia pure con ambiguità gravi e contraddizioni
palesi, che si sono sciolte solo lentamente. Gradualità e
fatiche del processo con cui si è dissolta la doppiezza
del Pci non hanno nascosto ai nostri occhi la direzione
del cammino, da alcuni perseguito e da tutti percorso. Al Mulino
non ci siamo, dunque, appiattiti sullanticomunismo ideologico
che, mitizzando le qualità del mondo occidentale, non ha
visto, in sede storica e politica, le ragioni e i diritti che le
grandi democrazie occidentali hanno così spesso calpestato
o distorto, nel loro interno e nelle relazioni internazionali. E
abbiamo mantenuto attenzione e rispetto per le ragioni, sia pure
parziali e rischiose, che hanno alimentato movimenti rivoluzionari
in contesti nazionali e locali dove ogni prospettiva di sviluppo
pacifico era bloccata o inesistente.
Le scienze sociali, dal diritto
allantropologia, dalleconomia alla psicologia, e una
larga riflessione storica, non più nazionalistica e neppure
eurocentrica, hanno fornito a tantissimi intellettuali
con orizzonti e percorsi analoghi ai nostri, strumenti di analisi
e ipotesi di lavoro del tutto alternativi allideologia comunista,
anche quando essa occupava posizioni di grande potere nel mondo.
I nostri pensieri, i nostri studi, le nostre pubblicazioni, lazione
svolta nella formazione delle opinioni, non si sono mai inclusi,
e vanificati, nelle mistificazioni di una seconda ideologia, o ideologia
di secondo ordine, costituita su un segno negativo così polemico
e paralizzante come è stato lanticomunismo per troppi,
troppo a lungo. Al contrario, lattenzione portata alle vicende
della Sinistra italiana nel suo complesso, ha sempre mirato ad una
valorizzazione di ogni passo compiuto verso una democrazia italiana
ed europea da socialisti e comunisti, che, in partenza, nel 1945,
ci risultavano troppo dipendenti dalle esperienze, reali e mitizzate,
dellUnione Sovietica. Per questo abbiamo lavorato, con qualche
influenza sulla politica e sullopinione, per il passaggio
al primo centrosinistra, e poi, in una diversa stagione, di qui
si sono mossi i maggiori protagonisti del progetto dellUlivo,
con il tentativo di utilizzare e valorizzare in prospettiva seriamente
riformista la forza residua del comunismo italiano, nel nome di
consapevolezze e solidarietà nazionali che abbiamo sentito
più forti e feconde della guerra fredda, ora
del tutto esaurita.
Né comunisti, né
anticomunisti: con un certo orgoglio al Mulino rivendichiamo queste
due identità, o meglio questi due aspetti di una sola identità
democratica, cui la dimensione intellettuale, che caratterizza
il nostro lavoro di gruppo, ha conferito consapevolezze di motivazioni
positive, di giudizi storici ed etici, di proposte politiche e programmatiche.
Certo, nellasprezza del confronto ideologico e della guerra
fredda, protrattasi tra Usa e Urss per quasi quarantanni,
chi, come noi, ha mantenuto una severa distanza dalle semplificazioni
e mistificazioni con cui si banalizzavano e degradavano opposte
certezze, ha subito alcune limitazioni di agibilità
politica, superate solo quando sono maturate situazioni e
condizioni culturali e politiche nuove. Ma, per noi, è stato
relativamente facile mantenere e testimoniare una condizione di
libertà e di indipendenza, delle opinioni e delle iniziative,
con cui contribuire allavanzamento unitario della nostra società
e allo sviluppo democratico complessivo della nostra Repubblica:
in corso, con i modi e le garanzie previste dalla Costituzione,
anche se tuttora siamo travagliati da molti problemi ed esposti
a pericoli reali, vecchi e nuovi.
Nel nostro cronotopo
troviamo altri due fenomeni storici, che hanno pure richiesto originalità
di analisi e grandi confronti di idee: meno coinvolgenti e pervasivi
della questione comunista, ma, in prospettiva, ancora più
influenti sulle forme di convivenza che dobbiamo costruire, per
disporre di un futuro degno e pacifico. Sono due questioni di rilievo
obiettivo per tutti, e che dovrebbero vedere allopera, con
zelo e convinzioni appassionate, tutti i segmenti e tutte le competenze
del ceto intellettuale: per capire e far capire.
Questi due grandi eventi
sono stati: la fine dellera coloniale europea, e i cambiamenti
avvenuti nella Chiesa cattolica a cento anni dalla fine dello Stato
Pontificio.
Voglio dire, brevemente, qualcosa
di questo secondo evento, che mi ha coinvolto con grande forza,
in ragione delle mie convinzioni religiose. Lo Stato della Chiesa,
nel secolo scorso impedimento gravissimo per un risorgimento politico
italiano, era divenuto incompatibile anche con un efficace esercizio
pastorale, e del tutto inutile permanere nel suo rimpianto. Attraverso
una complessa e lunga vicenda è stato sostituito da un nuovo
papato, e viene crescendo, sia pure osteggiata da tenaci resistenze,
una nuova sensibilità ecclesiale, che spinge per applicazioni
conciliari più convinte: a Roma, verso una nuova prassi sinodale;
nei vari continenti, ad opera di Chiese locali progressivamente
più sapienti; nellecumenismo, impegnato a riavvicinare
tutte le confessioni cristiane; e in un dialogo interreligioso,
che non abbia né forme intellettualistiche sincretistiche
né le banalizzazioni della New Age, ma, al contrario, sia
un forte recupero delle proprietà più fondanti di
ogni esperienza spirituale storicamente identificata, tutte depurate
da interpretazioni di aggressività e di cupo proselitismo.
Come il Concilio ha rivelato
e favorito, molte energie intellettuali e di fede autentica sono
allopera su queste frontiere, anche se si tratti ancora più
di minoranze che di autorità e di istituti potenti per tradizione:
ma la successione dei quattro ultimi pontefici, Giovanni XXIII,
Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, ha segnato in modo
indubitabile il cammino della Chiesa cattolica e la sua azione pastorale,
così come può essere diretta dal vertice ed è
già largamente apprezzata e amata in basso: restano da acquisire
collaborazioni e obbedienze importanti. Senza indulgere a illusioni
ideologiche mondane, il Concilio e i quattro Papi conciliari hanno
corretto latteggiamento di ostilità che troppo ha contrapposto
tradizione cattolica e modernità; si sono prese le distanze
necessarie da ogni idea di guerre di religione e di coazione sulle
coscienze; si è riscoperto il nesso fecondo tra fede nel
vangelo e rispetto dei diritti umani e esercizio scrupoloso dei
doveri sociali. È in forza di queste grandi acquisizioni
conciliari che la cristianità gioca un ruolo storico nella
presente fase di mondializzazione, inevitabile, ricca di grandi
occasioni e grandi pericoli.
Anche noi del Mulino abbiamo
accompagnato levento conciliare, con attenzione sincera e
ammirata, e con iniziative importanti della nostra società
editrice, sia negli anni 60, sia ora. Anche in questo campo ci ha
molto giovato essere di Bologna, la città del cardinal Lercaro,
di Giuseppe Dossetti e dellofficina di Via san
Vitale 114, che sta tuttora serbando una memoria attiva di quella
grande stagione e servendo una sua conoscenza obiettiva e documentata.
Meno brillante, per ora dobbiamo
confessarlo, è il bilancio delle attenzioni italiane, e anche
bolognesi, sulla fine del colonialismo europeo. Certo, limpero
coloniale italiano era di proporzioni incomparabilmente minori rispetto
a quelli posseduti da altri paesi europei, e pertanto i processi
storici, e i correlativi esami di coscienza, sono stati da noi assai
minori che in altre democrazie del continente. Ma non vi è
solo un dato nazionale nella grande trasformazione avvenuta in Africa
e in Asia con la fine delle colonie, portatevi dai bianchi fin dalletà
delle scoperte geografiche e consolidate con la nascita delleconomia-mondo:
vi sono in causa una antropologia, una conoscenza storica, una responsabilità
istituzionale, un potere economico, che si intrecciano con lidentità
europea nei suoi multiformi aspetti e nelle sue tremende forzature
e contraffazioni.
Un sussulto di coscienza, volto
a confrontare principi e comportamenti, si ebbe, in Europa, nel
vivo delle lotte anticoloniali, in Francia in particolare per lAlgeria,
e poi negli Stati Uniti per il coinvolgimento in Indocina: la pratica
della tortura per penetrare nei quadri del Fronte di liberazione,
lazione dellOas, come non bastarono a vincere, provocarono
una riflessione significativa tra gli intellettuali e spostarono
lopinione pubblica su ipotesi diverse da quelle illusorie
dei militari. Analogamente, gli americani in Viet Nam, tra bombardamenti
odiosi e una condotta di guerra pesante anche per i più forti,
fecero esperienze che hanno concorso, non solo per la sconfitta
alla fine registrata, ma per le verità incontrate, a maturazioni
culturali che hanno segnato la società americana e senzaltro
influito su tutto il fenomeno del 68.
Né si può tacere,
quando si rifletta su questo tipo di responsabilità collettive,
il peso tragico che ebbe in Afganistan lintervento sovietico:
influì, è vero, sulla formazione in Russia di una
certa opposizione morale a Breznev e al suo regime irrigidito e
senile, ma, sul posto, incrociandosi errori e pochezza dei sovietici
con un Islam particolarmente chiuso in tradizioni di iperisolamento,
ci ha lasciato in eredità il regime dei talebani.
Da decenni poi, tutti i dati
internazionali relativi a produzione e consumi del petrolio complicano
terribilmente le relazioni dei paesi occidentali con lIslam
e le sue terre di insediamento storico. Il collasso dellEuropa
delle nazioni-nazionalistiche (i massacri di due Guerre mondiali!),
con lemergere di un policentrismo politico così mal
rappresentato dallOnu, caricano tutti, e specie lintelligenza
delle società avanzate, di una responsabilità a conoscere
che resta largamente disattesa. Non parliamo poi della responsabilità
a fare.
Quello che fu, cento-duecento
anni fa, la questione operaia dentro le nostre società, è
ora la questione internazionale e il ritardo culturale con cui politica
e istituzioni affrontano il loro livello di responsabilità
specifica sta illudendo tanti che la globalizzazione,
economicamente in corso con grande forza, contenga in sé
vie di soluzione dei problemi e di composizione dei conflitti, mentre
questa fiducia non ha fondamento critico adeguato; come non lha
lopposizione alla globalizzazione in sé,
fenomeno conseguente da sempre alla antropizzazione della terra
e agli sviluppi del comunicare e lavorare degli uomini.
Il problema non è di
fermarla, ma di governarne le dinamiche. E proprio qui pesa il ritardo
culturale, in senso proprio di cultura politica e in senso lato
di cultura storica e sociale. Gravissimo da tutte le parti, come
provano ogni giorno le lentezze dellEuropa a darsi istituzioni
politiche adeguate, la fragilità assoluta dellOnu,
e, infine, la cecità della politica statunitense e del suo
pericolosissimo vertice apparente.
I problemi reali che crescono
da ogni parte sotto i nostri piedi sono molto più pericolosi
dei nemici ideologici che ancora troppi vogliono immaginare esistenti
di fronte a noi. I pericoli veri non stanno nelle iniziative dei
nemici, tutti molto più deboli delle loro parole
in libertà: ma nelle insufficienze dellazione cui poniamo
mano con idee e comprensioni inadeguate, troppo compiacenti e tolleranti
nei confronti delle banalità che si ascoltano nel grande
barnum mediatico, e disarmati di fronte alle durezze effettive,
e foriere di guai ulteriori, compiute da quel tanto di governo che
opera, quasi invisibile tra noi, al di fuori delle sedi ufficialmente
deputate a preparare ed eseguire decisioni politiche.
Urge un grande riordino della
politica, per porre fine a quellAntico Regime di Stati e Partiti
che tra noi è tuttora Presente; e che sembra tutto, mentre
è quasi nulla di intelligenza e di responsabilità
esercitate.
La cultura costituzionale,
in relazione ad azioni e pensieri laici davvero comuni; la consapevolezza
conciliare, in rinnovamento delle tradizioni della fede ebraico-cristiana:
sono acquisizioni spirituali già forti tra noi, sul piano
dei principi; questo è motivo di speranza e di fiducia. Troppo
spesso, però, i nostri grandi principi, sulla scena del mondo
e anche nellintimità delle coscienze e delle responsabilità
quotidiane, purtroppo, sono principio di nulla. Senza ortoprassi
adeguate, né i pensieri degli intelligenti, né parole,
immagini, musiche degli intellettuali, possono bastare a sanare
i guai che crescono insieme a disponibilità e mobilitazione
delle risorse. Per questo, pur apprezzando le ricchezze di ogni
avanzamento culturale e lestensione vertigionosa delle informazioni,
pensiamo importante trovare punti di applicazione concreta delle
forze positive esistenti in campo da tante parti, ma sempre a rischio
di dispersione, conflittualità, esplosioni e implosioni,
se esercizio e risultati del governare non crescono in proporzione
a quantità e qualità delle forze in gioco.
Per questo, nel sommario elenco
di problemi e fatti che vedono rilevanti presenze e assenze degli
intellettuali, cioè degli uomini che hanno le
responsabilità di competenze maggiori e di più immediate
capacità comunicative, voglio soffermarmi, per concludere,
sul nodo politico del governo, cioè della forma istituzionale
che è necessario cercare di sviluppare e consolidare. Per
poter vivere, nei fatti, ai livelli che già abbiamo raggiunto
nelle coscienze: o nei loro punti apicali, cui sempre conviene attenersi,
come persone e come collettività, nei discorsi e nelle azioni;
e quindi anche nella costruzione di regole che perseguano ordine
e giustizia e cerchino di garantire libertà e sicurezza.
Allinterno di ogni società,
e quindi anche nellordine internazionale, è sempre
più evidente la necessità di fondare democraticamente
il governo nella scelta dei governati. Lassolutismo, in tutte
le sue forme e giustificazioni, fa parte di illusione passate. La
rappresentanza, di interessi e valori, ha già vinto da alcuni
secoli le sue battaglie. La sfida di oggi, nazionale, continentale
e mondiale, si gioca nella individuazione e nello sviluppo di regole
che tolgano quanto sopravvive di potere assoluto nei rappresentanti:
la sovranità va trasferita dagli eletti agli
elettori, il che implica di rinunciare ad elezioni finalizzate a
realizzare rappresentanze proporzionali che poi formino un governo,
per passare ad elezioni che decidano, esse stesse, il governo.
Anche questo passaggio è
già largamente acquisito, almeno nei paesi di più
avanzata e solida democrazia. LItalia lo ha compiuto da poco,
e con modalità largamente imperfette: ma, in soli sette anni,
la regola maggioritaria si è già consolidata nella
nostra vita pubblica, come abbiamo visto nel voto del 13 maggio,
che ha premiato le coalizioni (e chi è in grado
di farle), penalizzato i partiti riottosi ad accettarle, e praticamente
cancellato quanti rifiutavano il bipolarismo in via di affermarsi,
illudendosi di poter gestire in proprio una collocazione diversa
rispetto ai due contendenti in campo per vincere. Il voto del 13
maggio, tra i non pochi risultati buoni che ha registrato, ha cancellato
la velleità e larroganza di chi confidava di sfruttare
il mantenimento o, peggio, di procurare il ritorno della proporzionale.
È probabile che la Casa
delle libertà (coalizione tra Polo e Lega) contenga differenze
e tensioni interne che renderanno non facile lesercizio del
governo a Berlusconi: ma oggi è ben chiaro che, a differenza
di sette anni fa, non vi saranno ribaltoni, ma, eventualmente, elezioni
anticipate rispetto alla scadenza fisiologica prevista per il 2006:
avremmo cioè elezioni per mettere alla prova, non lopposizione
al governo di Berlusconi (in questo caso, sarebbe la Lega, o qualche
altro scontento dellappartamento ricevuto nella Casa delle
libertà), ma la vera alternativa di governo in
campo, cioè lUlivo: sarebbe infatti Rutelli e certo
non Bossi a poter subentrare a palazzo Chigi dopo una nuova consultazione:
a meno che la capacità di Berlusconi di ottenere risultati
come capo del governo, nonostante lo sfaldamento delle sue alleanze,
non lo facesse preferire ancora dagli italiani, più disposti
a punire ulteriormente la Lega ma non a perdere lidea che
Berlusconi sia, oltre che uno abile e molto ricco, anche un vero
e grande statista.
Il risultato bipolarizzante
del 13 maggio è ben chiaro: ma non tutti gli italiani condividono
appieno lapprezzamento molto positivo che ne diamo noi qui:
o perché, a sinistra, parecchi temono troppo Berlusconi e
sottovalutano la solidità della nostra democrazia; o perché,
a destra, in molti credevano davvero che Berlusconi stesse per cancellare
lUlivo, e ora sono preoccupati per la condizione di minoranza
popolare in cui dovrà agire il loro capo: il quale è
sì legittimamente dotato di una grande maggioranza parlamentare,
ma ha dovuto vedere che lUlivo è tuttora alternativa
reale di governo: e che Rutelli non è affatto un prestanome
di DAlema! Le tensioni interne alla Casa delle libertà
dovranno molto disciplinarsi, perché la falange berlusconiana
non si dissolva in parlamento; molte formule di propaganda dovranno
cedere il posto a sensate considerazioni, perché lalleanza
elettorale della destra si possa radicare nel paese e allargarsi
nellopinione pubblica.
Molte maturazioni e ricomposizioni
dovranno darsi anche allombra dellUlivo, perché
la sua alternativa di governo, che già esiste potenzialmente
nei numeri popolari, diventi obiettivo perseguito con coerenza dai
quadri politici che gestiscono nome e progetto dellUlivo,
senza più lasciarsi troppo impacciare da memorie plurali:
ricchezza culturale, ma limite e rischio politico.
Noi del Mulino siamo forse
tra i maggioritari più convinti e determinati. Il passaggio
ad una democrazia governante e bipolarizzata ci ha trovato tra i
protagonisti più sottili e influenti, nella vicenda complessa
che ha visto il vecchio partito di Occhetto e DAlema abbandonare
la difesa della proporzionale (qui almeno il nome di Gianfranco
Pasquino non può essere taciuto), la Dc di Martinazzoli seguire
Segni nelle riforme elettorali (e qui occorre citare almeno Arturo
Parisi), e poi Romano Prodi scendere in campo per occupare con il
progetto dellUlivo lo spazio che la crisi di centro e sinistra
apriva ad una destra che Berlusconi a sua volta aveva saputo rinnovare
con un nuovo soggetto, il Polo audacemente alleato di Msi e Lega,
intoccabili da chi volesse governare negli equilibri culturali e
politici precedenti.
Grandi sono stati gli anni
degli inizi del Mulino, e giustamente li abbiamo ricordati. Ma non
meno forti e signficative sono le vicende ultime, cui abbiamo preso
parte a partire dal controllo pieno di strumenti di analisi e di
capacità di proposta. Abbiamo nelle nostre mani e nella nostra
responsabilità questo controllo inusuale, perché abbiamo
unito molti intellettuali ad applicarsi nelle iniziative che ci
sono state possibili, e trovato collaboratori coerenti con questo
assetto editoriale del tutto originale.
Stiamo attenti a non sopravvalutare
il ruolo degli intellettuali, disposti come siamo un potutti
a vedere meriti là dove abbiamo piuttosto privilegi, parecchia
fortuna e magari qualche scambio di favori. Ma la nostra esperienza
dice che non vanno sottavalutate le condizioni giuridiche e organizzative
più adatte a preservare qualità e indipendenza del
lavoro culturale, prezioso se, proprio come cittadini e come intellettuali,
si riesce a evitare che la politica tolga libertà alla cultura,
e a ottenere che la cultura accresca la libertà della politica.
Il Mulino cominciò cinquanta
anni fa, un 25 aprile che diceva fedeltà alla Resistenza,
la scelta grande compiuta dai migliori dei nostri padri e dei fratelli
appena un popiù anziani di noi. Ora, nella festa di
una Repubblica che a noi piace, ci è sempre più chiaro
che resistenza può voler dire sì opposizione, contrasto
coraggioso contro chi agisca male, ma per questo è necessaria
anche una più continua e penetrante resistenza: di noi stessi,
nelle cose buone e belle che ci sia dato conoscere e praticare.
È questa anteriore resistenza, nel bene e nel giusto, che
rende possibili e forti tutte le successive resistenze ai pericoli,
quando essi si danno, siano vecchi o nuovi.
Con questa massima ci accingiamo
a vivere la resistenza che ci attende nel futuro, con fiducia e
con serenità. Le teste, che nessuno rompe, basta usarle e
formarle, ora che il rischio è siano riempite di banalizzazioni.
Né ci sono nemici tra noi, ma solo cittadini da convincere
a votare meglio, ragionando meglio e di più su fatti, programmi,
protagonisti. E se fosse lora degli intellettuali?
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