Lo spazio dell'opinione. Le riviste di cultura e politica in Europa

Luigi Pedrazzi, "il Mulino"

Gli intellettuali e la politica: Italia

(versione non rivista dall'autore)


Il nostro tema, “Gli intellettuali e la politica”, si può svolgere solo collocandolo in contesti storici e geografici determinati: vi è un “cronotopo” che segna ogni esistenza, da cui non si può prescindere, né per fare né per conoscere.

Il primo quadro storico che trovo nel cronotopo della mia generazione, è segnato dal comunismo (1917-1989) e dalle relazioni che si sono stabilite con esso, di consenso o di opposizione, di partecipazione o di resistenza. Realtà e mito del comunismo sono stati importantissimi per gli intellettuali vissuti nel secolo breve e sanguinoso: più di nazismo e fascismo, che pure vi sono stati molto rilevanti. Già la durata del fenomeno comunista è stata assai superiore agli altri due totalitarismi (72 anni contro 12 e 23); i territori attraversati o invasi sono pure stati incomparabili per le dimensioni e la pluralità di localizzazioni; anche la pretesa di “novità” antropologica è stata, con il comunismo (europeo, asiatico, latino-americano), più ampia e più radicale che nel fascismo (italiano, iberico, greco), che nel nazismo (tedesco e balcanico).

Gli intellettuali impegnati a favore del comunismo, comunisti iscritti o fiancheggiatori del partito, sono stati numerosissimi, anche nei paesi europei che non hanno sperimentato la conquista comunista del potere: in Italia, in particolare, il “lavoro culturale” del partito comunista, per lunghi anni, ha avuto dimensioni e articolazioni incomparabili rispetto a quello di ogni altra forza politica. E “comunista”, questo dato va sottolineato perché si sta attenuando nel ricordo, si diceva allora con riferimento forte all’esperienza sovietica: era l’Urss il “paese guida” del movimento comunista internazionale.

Per lunghi anni i problemi del mondo, e anche di numerose società nazionali, sono stati visti, giudicati, affrontati, a partire dal pensiero di Marx nella interpretazione che se ne dava in Urss, con grande attenzione ai “trattini” che univano Lenin a Marx, e Stalin a Lenin, con una compressione enorme di altre figure, accettando di fatto tutte le manipolazioni storiche imposte dall’alto del potere sovietico: non a caso, una sua definizione molto suggestiva ha parlato di “ideocrazia”. Certo, vi sono, a un certo punto, anche le storie di Mao e Ho Ci Min, di Castro e Guevara, ma è la vicenda sovietica che ha fornito il fondamento della grande convinzione: in nome della realtà dell’Urss, gli occhi di molti filosofi, storici, letterati, si sono chiusi su errori ed orrori del comunismo in azione; o, vedendoli, li si è interpretati come prezzi necessari, da pagare in vista del grande obiettivo perseguito dalla Rivoluzione in via di affermarsi: prima in un solo paese, poi in un sesto del mondo, nel pensiero, pieno di entusiasmo o di timori, di una vittoria totale inevitabile.

In Occidente il consenso di tanti intellettuali alla Rivoluzione comunista non è avvenuto per paura, né per corruzione: piuttosto, nell’adesione, si sono rivelati deboli il rigore critico e la sagacia politica di molti pur attrezzati culturalmente.

Non è vero, però, che l’egemonia culturale dei comunisti sia stata così forte e travolgente come gli anticomunisti lamentano e denunciano, con un’aggressività che la dissoluzione comunista ha accresciuto nei peggiori di loro. Una “resistenza” al totalitarismo del regime e del movimento comunista, una opinione critica nei suoi confronti, c’è sempre stata, prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale, in molti luoghi e contesti: anche contro i comunisti al governo, dissociandosi o opponendosi al loro regime, totalitario e totalizzante.

In Italia, per gli equilibri politici avutisi, la critica del comunismo non si è associata a rischi esistenziali. È sempre stata una opzione possibile, di fatto compiuta da molti. Già la semplice esistenza del Mulino, a Bologna, e la sua vitalità, dalle origini nel lontano 1951 ad oggi (ma le radici del nostro gruppo risalgono più indietro, al biennio 43-45), smentiscono la generalizzazione tendenziosa che voglia presentare come incontrastata una egemonia culturale comunista: riviste italiane di quell’epoca, dal “Ponte” a “Comunità”, per tacere di “Cronache sociali” (a mio giudizio la più importante del dopoguerra italiano), sono lì a provare che non ci sono stati solo intellettuali organici al Partito comunista. E anche per quelli che accettavano una relazione così caratterizzante, occorre distinguere grano dal loglio, a cominciare dal “Politecnico”, o guardando dentro i cataloghi di Einaudi e Laterza, o incontrando figure complesse come quella di Pasolini. In Italia, rischi veri si sono corsi, dagli anni Venti alla Liberazione, se si era antifascisti: questa è una delle ragioni che rende più vitale, e più responsabilizzante, tra noi, la fedeltà alla Resistenza e molto delicato il passaggio, pur necessario, dall’antifascismo al postfascismo.

Noi del Mulino, sicuramente, mai siamo stati comunisti. Da sempre ci siamo collocati tra i critici del regime esistente in Urss, delle Democrazie popolari nei “satelliti” dell’Est europeo, e di parte grandissima della storia del Pci. Di questo partito, però, abbiamo apprezzato il valore della scelta democratica, di fatto indicata da Togliatti fin da Salerno, e mantenuta per decenni, sia pure con ambiguità gravi e contraddizioni palesi, che si sono sciolte solo lentamente. Gradualità e fatiche del processo con cui si è dissolta la “doppiezza” del Pci non hanno nascosto ai nostri occhi la “direzione” del cammino, da alcuni perseguito e da tutti percorso. Al Mulino non ci siamo, dunque, appiattiti sull’anticomunismo ideologico che, mitizzando le qualità del mondo occidentale, non ha visto, in sede storica e politica, le ragioni e i diritti che le grandi democrazie occidentali hanno così spesso calpestato o distorto, nel loro interno e nelle relazioni internazionali. E abbiamo mantenuto attenzione e rispetto per le ragioni, sia pure parziali e rischiose, che hanno alimentato movimenti rivoluzionari in contesti nazionali e locali dove ogni prospettiva di sviluppo pacifico era bloccata o inesistente.

Le scienze sociali, dal diritto all’antropologia, dall’economia alla psicologia, e una larga riflessione storica, non più nazionalistica e neppure eurocentrica, hanno fornito a tantissimi “intellettuali” con orizzonti e percorsi analoghi ai nostri, strumenti di analisi e ipotesi di lavoro del tutto alternativi all’ideologia comunista, anche quando essa occupava posizioni di grande potere nel mondo. I nostri pensieri, i nostri studi, le nostre pubblicazioni, l’azione svolta nella formazione delle opinioni, non si sono mai inclusi, e vanificati, nelle mistificazioni di una seconda ideologia, o ideologia di secondo ordine, costituita su un segno negativo così polemico e paralizzante come è stato l’anticomunismo per troppi, troppo a lungo. Al contrario, l’attenzione portata alle vicende della Sinistra italiana nel suo complesso, ha sempre mirato ad una valorizzazione di ogni passo compiuto verso una democrazia italiana ed europea da socialisti e comunisti, che, in partenza, nel 1945, ci risultavano troppo dipendenti dalle esperienze, reali e mitizzate, dell’Unione Sovietica. Per questo abbiamo lavorato, con qualche influenza sulla politica e sull’opinione, per il passaggio al primo centrosinistra, e poi, in una diversa stagione, di qui si sono mossi i maggiori protagonisti del progetto dell’Ulivo, con il tentativo di utilizzare e valorizzare in prospettiva seriamente riformista la forza residua del comunismo italiano, nel nome di consapevolezze e solidarietà nazionali che abbiamo sentito più forti e feconde della “guerra fredda”, ora del tutto esaurita.

Né comunisti, né anticomunisti: con un certo orgoglio al Mulino rivendichiamo queste due identità, o meglio questi due aspetti di una sola identità “democratica”, cui la dimensione intellettuale, che caratterizza il nostro lavoro di gruppo, ha conferito consapevolezze di motivazioni positive, di giudizi storici ed etici, di proposte politiche e programmatiche. Certo, nell’asprezza del confronto ideologico e della guerra fredda, protrattasi tra Usa e Urss per quasi quarant’anni, chi, come noi, ha mantenuto una severa distanza dalle semplificazioni e mistificazioni con cui si banalizzavano e degradavano opposte certezze, ha subito alcune limitazioni di “agibilità politica”, superate solo quando sono maturate situazioni e condizioni culturali e politiche nuove. Ma, per noi, è stato relativamente facile mantenere e testimoniare una condizione di libertà e di indipendenza, delle opinioni e delle iniziative, con cui contribuire all’avanzamento unitario della nostra società e allo sviluppo democratico complessivo della nostra Repubblica: in corso, con i modi e le garanzie previste dalla Costituzione, anche se tuttora siamo travagliati da molti problemi ed esposti a pericoli reali, vecchi e nuovi.

Nel nostro “cronotopo” troviamo altri due fenomeni storici, che hanno pure richiesto originalità di analisi e grandi confronti di idee: meno coinvolgenti e pervasivi della questione comunista, ma, in prospettiva, ancora più influenti sulle forme di convivenza che dobbiamo costruire, per disporre di un futuro degno e pacifico. Sono due questioni di rilievo obiettivo per tutti, e che dovrebbero vedere all’opera, con zelo e convinzioni appassionate, tutti i segmenti e tutte le competenze del ceto “intellettuale”: per capire e far capire.

Questi due grandi “eventi” sono stati: la fine dell’era coloniale europea, e i cambiamenti avvenuti nella Chiesa cattolica a cento anni dalla fine dello Stato Pontificio.

Voglio dire, brevemente, qualcosa di questo secondo evento, che mi ha coinvolto con grande forza, in ragione delle mie convinzioni religiose. Lo Stato della Chiesa, nel secolo scorso impedimento gravissimo per un risorgimento politico italiano, era divenuto incompatibile anche con un efficace esercizio pastorale, e del tutto inutile permanere nel suo rimpianto. Attraverso una complessa e lunga vicenda è stato sostituito da un “nuovo papato”, e viene crescendo, sia pure osteggiata da tenaci resistenze, una nuova sensibilità ecclesiale, che spinge per applicazioni conciliari più convinte: a Roma, verso una nuova prassi sinodale; nei vari continenti, ad opera di Chiese locali progressivamente più sapienti; nell’ecumenismo, impegnato a riavvicinare tutte le confessioni cristiane; e in un dialogo interreligioso, che non abbia né forme intellettualistiche sincretistiche né le banalizzazioni della New Age, ma, al contrario, sia un forte recupero delle proprietà più fondanti di ogni esperienza spirituale storicamente identificata, tutte depurate da interpretazioni di aggressività e di cupo proselitismo.

Come il Concilio ha rivelato e favorito, molte energie intellettuali e di fede autentica sono all’opera su queste frontiere, anche se si tratti ancora più di minoranze che di autorità e di istituti potenti per tradizione: ma la successione dei quattro ultimi pontefici, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, ha segnato in modo indubitabile il cammino della Chiesa cattolica e la sua azione pastorale, così come può essere diretta dal vertice ed è già largamente apprezzata e amata in basso: restano da acquisire collaborazioni e obbedienze importanti. Senza indulgere a illusioni ideologiche mondane, il Concilio e i quattro Papi conciliari hanno corretto l’atteggiamento di ostilità che troppo ha contrapposto tradizione cattolica e modernità; si sono prese le distanze necessarie da ogni idea di guerre di religione e di coazione sulle coscienze; si è riscoperto il nesso fecondo tra fede nel vangelo e rispetto dei diritti umani e esercizio scrupoloso dei doveri sociali. È in forza di queste grandi acquisizioni conciliari che la cristianità gioca un ruolo storico nella presente fase di mondializzazione, inevitabile, ricca di grandi occasioni e grandi pericoli.

Anche noi del Mulino abbiamo accompagnato l’evento conciliare, con attenzione sincera e ammirata, e con iniziative importanti della nostra società editrice, sia negli anni 60, sia ora. Anche in questo campo ci ha molto giovato essere di Bologna, la città del cardinal Lercaro, di Giuseppe Dossetti e dell’“officina” di Via san Vitale 114, che sta tuttora serbando una memoria attiva di quella grande stagione e servendo una sua conoscenza obiettiva e documentata.

Meno brillante, per ora dobbiamo confessarlo, è il bilancio delle attenzioni italiane, e anche bolognesi, sulla fine del colonialismo europeo. Certo, l’impero coloniale italiano era di proporzioni incomparabilmente minori rispetto a quelli posseduti da altri paesi europei, e pertanto i processi storici, e i correlativi esami di coscienza, sono stati da noi assai minori che in altre democrazie del continente. Ma non vi è solo un dato nazionale nella grande trasformazione avvenuta in Africa e in Asia con la fine delle colonie, portatevi dai bianchi fin dall’età delle scoperte geografiche e consolidate con la nascita dell’economia-mondo: vi sono in causa una antropologia, una conoscenza storica, una responsabilità istituzionale, un potere economico, che si intrecciano con l’identità europea nei suoi multiformi aspetti e nelle sue tremende forzature e contraffazioni.

Un sussulto di coscienza, volto a confrontare principi e comportamenti, si ebbe, in Europa, nel vivo delle lotte anticoloniali, in Francia in particolare per l’Algeria, e poi negli Stati Uniti per il coinvolgimento in Indocina: la pratica della tortura per penetrare nei quadri del Fronte di liberazione, l’azione dell’Oas, come non bastarono a vincere, provocarono una riflessione significativa tra gli intellettuali e spostarono l’opinione pubblica su ipotesi diverse da quelle illusorie dei militari. Analogamente, gli americani in Viet Nam, tra bombardamenti odiosi e una condotta di guerra pesante anche per i più forti, fecero esperienze che hanno concorso, non solo per la sconfitta alla fine registrata, ma per le verità incontrate, a maturazioni culturali che hanno segnato la società americana e senz’altro influito su tutto il fenomeno del ’68.

Né si può tacere, quando si rifletta su questo tipo di responsabilità collettive, il peso tragico che ebbe in Afganistan l’intervento sovietico: influì, è vero, sulla formazione in Russia di una certa opposizione morale a Breznev e al suo regime irrigidito e senile, ma, sul posto, incrociandosi errori e pochezza dei sovietici con un Islam particolarmente chiuso in tradizioni di iperisolamento, ci ha lasciato in eredità il regime dei talebani.

Da decenni poi, tutti i dati internazionali relativi a produzione e consumi del petrolio complicano terribilmente le relazioni dei paesi occidentali con l’Islam e le sue terre di insediamento storico. Il collasso dell’Europa delle nazioni-nazionalistiche (i massacri di due Guerre mondiali!), con l’emergere di un policentrismo politico così mal rappresentato dall’Onu, caricano tutti, e specie l’intelligenza delle società avanzate, di una responsabilità a conoscere che resta largamente disattesa. Non parliamo poi della responsabilità a fare.

Quello che fu, cento-duecento anni fa, la questione operaia dentro le nostre società, è ora la questione internazionale e il ritardo culturale con cui politica e istituzioni affrontano il loro livello di responsabilità specifica sta illudendo tanti che la “globalizzazione”, economicamente in corso con grande forza, contenga in sé vie di soluzione dei problemi e di composizione dei conflitti, mentre questa fiducia non ha fondamento critico adeguato; come non l’ha l’opposizione alla “globalizzazione” in sé, fenomeno conseguente da sempre alla antropizzazione della terra e agli sviluppi del comunicare e lavorare degli uomini.

Il problema non è di fermarla, ma di governarne le dinamiche. E proprio qui pesa il ritardo culturale, in senso proprio di cultura politica e in senso lato di cultura storica e sociale. Gravissimo da tutte le parti, come provano ogni giorno le lentezze dell’Europa a darsi istituzioni politiche adeguate, la fragilità assoluta dell’Onu, e, infine, la cecità della politica statunitense e del suo pericolosissimo vertice apparente.

I problemi reali che crescono da ogni parte sotto i nostri piedi sono molto più pericolosi dei nemici ideologici che ancora troppi vogliono immaginare esistenti di fronte a noi. I pericoli veri non stanno nelle iniziative dei “nemici”, tutti molto più deboli delle loro parole in libertà: ma nelle insufficienze dell’azione cui poniamo mano con idee e comprensioni inadeguate, troppo compiacenti e tolleranti nei confronti delle banalità che si ascoltano nel grande barnum mediatico, e disarmati di fronte alle durezze effettive, e foriere di guai ulteriori, compiute da quel tanto di governo che opera, quasi invisibile tra noi, al di fuori delle sedi ufficialmente deputate a preparare ed eseguire decisioni politiche.

Urge un grande riordino della politica, per porre fine a quell’Antico Regime di Stati e Partiti che tra noi è tuttora Presente; e che sembra tutto, mentre è quasi nulla di intelligenza e di responsabilità esercitate.

La cultura costituzionale, in relazione ad azioni e pensieri laici davvero comuni; la consapevolezza conciliare, in rinnovamento delle tradizioni della fede ebraico-cristiana: sono acquisizioni spirituali già forti tra noi, sul piano dei principi; questo è motivo di speranza e di fiducia. Troppo spesso, però, i nostri grandi principi, sulla scena del mondo e anche nell’intimità delle coscienze e delle responsabilità quotidiane, purtroppo, sono principio di nulla. Senza ortoprassi adeguate, né i pensieri degli intelligenti, né parole, immagini, musiche degli intellettuali, possono bastare a sanare i guai che crescono insieme a disponibilità e mobilitazione delle risorse. Per questo, pur apprezzando le ricchezze di ogni avanzamento culturale e l’estensione vertigionosa delle informazioni, pensiamo importante trovare punti di applicazione concreta delle forze positive esistenti in campo da tante parti, ma sempre a rischio di dispersione, conflittualità, esplosioni e implosioni, se esercizio e risultati del governare non crescono in proporzione a quantità e qualità delle forze in gioco.

Per questo, nel sommario elenco di problemi e fatti che vedono rilevanti presenze e assenze degli “intellettuali”, cioè degli uomini che hanno le responsabilità di competenze maggiori e di più immediate capacità comunicative, voglio soffermarmi, per concludere, sul nodo politico del governo, cioè della forma istituzionale che è necessario cercare di sviluppare e consolidare. Per poter vivere, nei fatti, ai livelli che già abbiamo raggiunto nelle coscienze: o nei loro punti apicali, cui sempre conviene attenersi, come persone e come collettività, nei discorsi e nelle azioni; e quindi anche nella costruzione di regole che perseguano ordine e giustizia e cerchino di garantire libertà e sicurezza.

All’interno di ogni società, e quindi anche nell’ordine internazionale, è sempre più evidente la necessità di fondare democraticamente il governo nella scelta dei governati. L’assolutismo, in tutte le sue forme e giustificazioni, fa parte di illusione passate. La rappresentanza, di interessi e valori, ha già vinto da alcuni secoli le sue battaglie. La sfida di oggi, nazionale, continentale e mondiale, si gioca nella individuazione e nello sviluppo di regole che tolgano quanto sopravvive di potere assoluto nei rappresentanti: la “sovranità” va trasferita dagli eletti agli elettori, il che implica di rinunciare ad elezioni finalizzate a realizzare rappresentanze proporzionali che poi formino un governo, per passare ad elezioni che decidano, esse stesse, il governo.

Anche questo passaggio è già largamente acquisito, almeno nei paesi di più avanzata e solida democrazia. L’Italia lo ha compiuto da poco, e con modalità largamente imperfette: ma, in soli sette anni, la regola maggioritaria si è già consolidata nella nostra vita pubblica, come abbiamo visto nel voto del 13 maggio, che ha premiato le “coalizioni” (e chi è in grado di farle), penalizzato i partiti riottosi ad accettarle, e praticamente cancellato quanti rifiutavano il bipolarismo in via di affermarsi, illudendosi di poter gestire in proprio una collocazione diversa rispetto ai due contendenti in campo per vincere. Il voto del 13 maggio, tra i non pochi risultati buoni che ha registrato, ha cancellato la velleità e l’arroganza di chi confidava di sfruttare il mantenimento o, peggio, di procurare il ritorno della “proporzionale”.

È probabile che la Casa delle libertà (coalizione tra Polo e Lega) contenga differenze e tensioni interne che renderanno non facile l’esercizio del governo a Berlusconi: ma oggi è ben chiaro che, a differenza di sette anni fa, non vi saranno ribaltoni, ma, eventualmente, elezioni anticipate rispetto alla scadenza fisiologica prevista per il 2006: avremmo cioè elezioni per mettere alla prova, non l’“opposizione” al governo di Berlusconi (in questo caso, sarebbe la Lega, o qualche altro scontento dell’appartamento ricevuto nella Casa delle libertà), ma la vera “alternativa di governo” in campo, cioè l’Ulivo: sarebbe infatti Rutelli e certo non Bossi a poter subentrare a palazzo Chigi dopo una nuova consultazione: a meno che la capacità di Berlusconi di ottenere risultati come capo del governo, nonostante lo sfaldamento delle sue alleanze, non lo facesse preferire ancora dagli italiani, più disposti a punire ulteriormente la Lega ma non a perdere l’idea che Berlusconi sia, oltre che uno abile e molto ricco, anche un vero e grande statista.

Il risultato bipolarizzante del 13 maggio è ben chiaro: ma non tutti gli italiani condividono appieno l’apprezzamento molto positivo che ne diamo noi qui: o perché, a sinistra, parecchi temono troppo Berlusconi e sottovalutano la solidità della nostra democrazia; o perché, a destra, in molti credevano davvero che Berlusconi stesse per cancellare l’Ulivo, e ora sono preoccupati per la condizione di minoranza popolare in cui dovrà agire il loro capo: il quale è sì legittimamente dotato di una grande maggioranza parlamentare, ma ha dovuto vedere che l’Ulivo è tuttora alternativa reale di governo: e che Rutelli non è affatto un prestanome di D’Alema! Le tensioni interne alla Casa delle libertà dovranno molto disciplinarsi, perché la falange berlusconiana non si dissolva in parlamento; molte formule di propaganda dovranno cedere il posto a sensate considerazioni, perché l’alleanza elettorale della destra si possa radicare nel paese e allargarsi nell’opinione pubblica.

Molte maturazioni e ricomposizioni dovranno darsi anche all’ombra dell’Ulivo, perché la sua alternativa di governo, che già esiste potenzialmente nei numeri popolari, diventi obiettivo perseguito con coerenza dai quadri politici che gestiscono nome e progetto dell’Ulivo, senza più lasciarsi troppo impacciare da memorie plurali: ricchezza culturale, ma limite e rischio politico.

Noi del Mulino siamo forse tra i maggioritari più convinti e determinati. Il passaggio ad una democrazia governante e bipolarizzata ci ha trovato tra i protagonisti più sottili e influenti, nella vicenda complessa che ha visto il vecchio partito di Occhetto e D’Alema abbandonare la difesa della proporzionale (qui almeno il nome di Gianfranco Pasquino non può essere taciuto), la Dc di Martinazzoli seguire Segni nelle riforme elettorali (e qui occorre citare almeno Arturo Parisi), e poi Romano Prodi scendere in campo per occupare con il progetto dell’Ulivo lo spazio che la crisi di centro e sinistra apriva ad una destra che Berlusconi a sua volta aveva saputo rinnovare con un nuovo soggetto, il Polo audacemente alleato di Msi e Lega, intoccabili da chi volesse governare negli equilibri culturali e politici precedenti.

Grandi sono stati gli anni degli inizi del Mulino, e giustamente li abbiamo ricordati. Ma non meno forti e signficative sono le vicende ultime, cui abbiamo preso parte a partire dal controllo pieno di strumenti di analisi e di capacità di proposta. Abbiamo nelle nostre mani e nella nostra responsabilità questo controllo inusuale, perché abbiamo unito molti intellettuali ad applicarsi nelle iniziative che ci sono state possibili, e trovato collaboratori coerenti con questo assetto editoriale del tutto originale.

Stiamo attenti a non sopravvalutare il ruolo degli intellettuali, disposti come siamo un po’tutti a vedere meriti là dove abbiamo piuttosto privilegi, parecchia fortuna e magari qualche scambio di favori. Ma la nostra esperienza dice che non vanno sottavalutate le condizioni giuridiche e organizzative più adatte a preservare qualità e indipendenza del lavoro culturale, prezioso se, proprio come cittadini e come intellettuali, si riesce a evitare che la politica tolga libertà alla cultura, e a ottenere che la cultura accresca la libertà della politica.

Il Mulino cominciò cinquanta anni fa, un 25 aprile che diceva fedeltà alla Resistenza, la scelta grande compiuta dai migliori dei nostri padri e dei fratelli appena un po’più anziani di noi. Ora, nella festa di una Repubblica che a noi piace, ci è sempre più chiaro che resistenza può voler dire sì opposizione, contrasto coraggioso contro chi agisca male, ma per questo è necessaria anche una più continua e penetrante resistenza: di noi stessi, nelle cose buone e belle che ci sia dato conoscere e praticare. È questa anteriore resistenza, nel bene e nel giusto, che rende possibili e forti tutte le successive resistenze ai pericoli, quando essi si danno, siano vecchi o nuovi.

Con questa massima ci accingiamo a vivere la resistenza che ci attende nel futuro, con fiducia e con serenità. Le teste, che nessuno rompe, basta usarle e formarle, ora che il rischio è siano riempite di banalizzazioni. Né ci sono nemici tra noi, ma solo cittadini da convincere a votare meglio, ragionando meglio e di più su fatti, programmi, protagonisti. E se fosse l’ora degli intellettuali?


copyright 2001 by Società editrice il Mulino

inizio pagina

 


copyright by Società editrice il Mulino
consultate la licenza d'uso
Per le opere presenti in questo sito si sono assolti gli obblighi
derivanti dalla normativa sul diritto d'autore e sui diritti connessi.