Lo spazio dell'opinione. Le riviste di cultura e politica in Europa

Alessandro Cavalli

Introduzione. Testimoni, militanti, scienziati:
gli intellettuali europei a cavallo di due secoli

(versione non rivista dall'autore)


In questa mia introduzione intendo portare argomenti a sostegno di due tesi:

1. il lavoro intellettuale è indispensabile per la formazione di un'opinione pubblica matura;

2.  un'opinione pubblica matura è indispensabile al buon funzionamento di una democrazia.

Il termine intellettuale è notoriamente vago: se ne possono dare definizioni ampie, oppure ristrette. La figura di intellettuale sulla quale vorrei fermare l'attenzione è quella dell'esperto il quale, in virtù della fama e del prestigio acquisiti nel proprio campo specialistico, si ritiene in diritto e in certo modo in dovere di intervenire su questioni che coinvolgono l'interesse generale, o quello che egli interpreta come tale, anche al di fuori del suo specifico campo di competenza. Sono ben consapevole della natura normativa più che descrittiva di questa definizione. L'intellettuale che ho in mente è insomma l'esperto che, accanto alla - ma anche in forza della sua professione, esprime forme di impegno civile.

La nostra epoca ha visto il definitivo declino dell'intellettuale come depositario di una qualche verità, come interprete accreditato dei testi sacri. Non che questa funzione sia sparita. La professione del teologo appartiene indubbiamente al campo intellettuale ed è universalmente riconosciuta e rispettata anche nel nostro tempo. Il "tramonto" riguarda piuttosto la categoria degli idéologues, di coloro che mettono le loro capacità ermeneutiche al servizio di una qualche ortodossia, per difenderla dagli attacchi di altre ortodossie e dalle critiche degli immancabili eterodossi e soprattutto per trasmetterla e divulgarla. Non c'è dubbio che la caduta del famoso "muro" abbia accelerato una crisi già in atto da tempo.

Ma la crisi ha investito anche un'altra figura, quella gramsciana dell'intellettuale organico, che fa propria la "causa" di qualche gruppo o classe che lotta per la propria emancipazione (o anche solo per la propria sopravvivenza). L'intellettuale tende oggi più che mai, per dirla con Mannheim, ad essere freischwebend, svincolato da discipline di parte, ovvero di partito. Svincolato non vuole però dire privo di condizionamenti. Fra questi, i più rilevanti sono tutti interni alla sfera delle attività e della produzione intellettuale, si tratti delle delle istituzioni educative, accademiche e di ricerca, o, per altro verso, dell'industria culturale fra editoria e vecchi e nuovi media. Queste istituzioni garantiscono consistenti (ma ovviamente non illimitati) spazi di libertà e di autonomia. Sono questi spazi che consentono agli intellettuali di mantenere rapporti di (relativa) non-dipendenza con le altre "sfere", in particolare con quelle della politica e dell'economia.

Si tratta tuttavia di spazi di libertà che, lontani dall'essere garantiti una volta per tutte, vanno sempre difesi e rinegoziati. Le élite intellettuali quindi, ancorché godano di un notevole grado di autonomia - variabile peraltro a seconda dei contesti storici e dei regimi politici -, tendono talora ad instaurare rapporti di "tensione", quando non di conflitto, con le altre élite, in particolare economiche e politiche. Come vedremo, questa condizione, ad un tempo oggettiva e soggettiva, può dar luogo a forme di impegno civile e anche politico, non in virtù della propria posizione di parte (militanza in un partito), ma in virtù della propria posizione, almeno relativamente, "al di sopra delle parti", quando sia in gioco qualche valore o interesse percepito come "collettivo".Date queste premesse, i due versanti da analizzare sono da un lato il rapporto tra intellettuali e decisori (potere politico ed economico) e, dall'altro lato, il rapporto con la sfera dell'opinione pubblica.

L'intellettuale come "esperto" e i decision makers

Il decisore politico ha bisogno dell'esperto e viceversa. Le risorse per la ricerca provengono in ultima analisi da decisori extra-scientifici che operano in base a criteri di natura lato sensu politica. La domanda che proviene dal decisore, però, è spesso contraddittoria. Da un lato si tratta di conoscere per decidere ("conoscere per deliberare" era una delle "prediche inutili" di Luigi Einaudi), una domanda quindi di "sapere tecnico". Come ricercatori sociali spesso ci lamentiamo di quanto poco i decisori politici sappiano utilizzare il "sapere sulla società" prodotto dalle nostre ricerche. Quanto poco, ad esempio, le proposte di nuova legislazione tengano conto delle conoscenze, spesso facilmente accessibili, ormai acquisite in relazione alle realtà di volta in volta oggetto del provvedimento. Il ricercatore e il decisore politico parlano linguaggi diversi ed hanno spesso difficoltà ad intendersi.

Ma oltre alla domanda di conoscenza (spesso mal formulata e ancor più spesso mal recepita), la domanda del decision maker ha anche un'altra valenza: all'esperto viene chiesto (talvolta esclusivamente) di produrre argomentazioni pseudo-razionali / pseudo-scientifiche per giustificare decisioni già prese, o per sostenere una strategia nei confronti di strategie concorrenti o tra loro in conflitto. Ogni decisore ai diversi livelli decisionali (di partito, di ministero, di assessorato, ecc.) ha i "suoi" esperti di riferimento e di fiducia. Accanto quindi alla domanda di conoscenza vi è una domanda di razionalizzazione, domanda che può arrivare fino al caso limite della richiesta (raramente esplicita, ma non per questo meno pressante) di argomentazioni che nascondano le ragioni autentiche della decisione in questione. Nel primo caso il ricercatore offre al decisore la sua competenza tecnica, nel secondo caso offre invece una sorta di copertura ideologica; nel primo caso favorisce la trasparenza delle decisioni, nel secondo contribuisce alla loro "opacità". Anche il ricercatore/esperto quindi può venire, consapevolmente o meno, strumentalizzato per fini che non hanno nulla a che fare con la sua "professionalità".

L'esperto è il prodotto della tendenza alla specializzazione del sapere. Le riviste scientifiche, i comitati delle associazioni scientifiche, nazionali e internazionali, sono dei buoni indicatori del grado di specializzazione del sapere. La tendenza è sicuramente inarrestabile. Ciò è dovuto ad una serie di fattori. In primo luogo, l'espansione esponenziale della produzione scientifica. Oggi, anche su tematiche molto circoscritte, la quantità di contributi di ricerca degni di essere presi in considerazione tende ad essere superiore a quanto uno studioso volonteroso sia in grado di seguire. Da qui deriva una delle spinte a ritagliare ambiti di ricerca sempre più ristretti. Oggi, se si vuole sapere "tutto" su un dato argomento, è necessario che l'argomento sia di dimensioni sempre più "piccole". La tendenza è ben nota: "sapere tutto su niente".

A ciò si aggiunge un secondo fattore: l'allargamento delle comunità scientifiche su scala internazionale, dovuta al fatto che gli studiosi appartengono alla parte più cosmopolita delle popolazioni dei singoli paesi e che ormai quasi tutte le comunità scientifiche hanno adottato la lingua inglese come medium comunicativo principale. Accanto alle associazioni nazionali, a quelle per aree geografiche o culturali, si sono aggiunte in quasi tutte le discipline associazioni di dimensione continentale o planetaria e innumerevoli sono ormai i networks internazionali sui più svariati argomenti. Il gruppo di riferimento dell'esperto è quindi la comunità scientifica ed è soprattutto da essa che egli si aspetta di ricevere riconoscimenti. La riduzione dell'ampiezza dei singoli campi di indagine produce un ulteriore effetto. Ancorché ristretti, o forse proprio a causa di ciò, tali campi di indagine presentano invariabilmente molteplici aree di sovrapposizione che a loro volta diventano campo di indagine di altri "esperti". Gli interstizi fra le diverse discipline danno così vita a nuove specializzazioni disciplinari.

Una delle conseguenze della frammentazione del sapere in campi specialistici è lo sviluppo di linguaggi tecnici che servono alla comunicazione all'interno delle singole comunità scientifiche. Tuttavia, se da un lato tali linguaggi, in linea di principio, facilitano gli scambi all'interno, essi costituiscono un ostacolo quando si tratta di comunicare verso l'esterno. Le comunità scientifiche tendono quindi a sviluppare livelli sempre più elevati di autoreferenzialità.

Alla tradizionale scissione tra cultura scientifica e cultura umanistica non si è aggiunta solo la scissione tra scienze della natura e scienze umane, ma ogni campo, ogni disciplina appare scissa in molteplici frammenti che riescono ad interagire tra di loro solo in virtù della presenza di un ulteriore categoria di specialisti che mediano tra campi e discipline diverse e all'interno di ogni disciplina. Come sociologo, se mi sforzassi di leggere dalla prima all'ultima pagine un fascicolo di una rivista della mia stessa disciplina, temo dovrei concludere che almeno la metà degli articoli mi risultano pressoché del tutto incomprensibili. Ognuno di noi, anche se pratica professionalmente un'attività di ricerca, è "esperto" solo del proprio settore, al di fuori del quale è un "laico" solo in misura minore di tutti gli altri impegnati professionalmente in attività che non hanno a che fare con il suo ambito disciplinare. Se i saperi specialistici risultano comprensibili solo agli specialisti, ai "laici" non resta che nutrire "fiducia" negli specialisti, vale a dire, essenzialmente, nell'efficacia dei controlli che le comunità scientifiche esercitano nei loro confronti.

C'è qualcosa di paradossale nel dover ammettere che più la ricerca scientifica progredisce (e quindi si "specializza") e più richiede di fare appello ad un sentimento, appunto la "fiducia", non del tutto razionale. Che la fiducia non sia sempre solidamente fondata, lo sappiamo dalla nostra esperienza nel campo dove siamo degli "esperti"; sappiamo, ad esempio, come fattori di natura extra-scientifica giochino un ruolo non trascurabile nella attribuzione di reputazione a questo o quel ricercatore. E se ciò vale nei campi della ricerca "pura", delle scienze cosiddette "esatte", vale anche a maggior ragione nel campo delle scienze umane e sociali.

Dobbiamo quindi arrenderci di fronte alla torre di Babele dei saperi specialistici e di fronte alla necessità di "fidarci" del parere degli "esperti"? Come possiamo farci un'opinione sulla base di saperi ai quali non siamo in grado di accostarci e dei quali non siamo quindi in grado di appropriarci?

Dobbiamo chiederci pertanto quali siano le condizioni nelle quali si costruisce un'opinione pubblica nell'epoca del "dominio" del parere (potere?) degli "esperti". L'opinione pubblica è costituita da coloro che hanno maturato un orientamento in merito ad una determinata issue sulla base dell'acquisizione di un certo stock di conoscenze. Tali conoscenze sono prodotte dagli esperti, ma normalmente non è nella forma prodotta dagli esperti che giungono all'opinione pubblica.

Come si forma l'opinione pubblica

Innanzitutto, bisogna considerare il disorientamento del pubblico di fronte al fatto che di norma gli esperti non hanno lo stesso parere. È assai improbabile che di fronte ad una domanda specifica la scienza sappia dare una risposta univoca. Ogni giorno le cronache offrono numerosi esempi in riferimento ai quali gli scienziati non sono in grado di raggiungere un parere unanime. I rischi per la salute dell'inquinamento elettromagnetico, le conseguenze sull'atmosfera del buco dell'ozono, l'efficacia delle opere di regolazione dei corsi d'acqua, gli effetti ambientali degli organismi geneticamente modificati sono solo alcuni dei casi che hanno recentemente riempito i giornali.

In una serie di contributi assai discussi, Ulrich Beck ha sottolineato come le società avanzate siano particolarmente esposte ai rischi ambientali di fronte ai quali gli scienziati non sono in genere in grado di fornire diagnosi accurate e tanto meno soluzioni univoche. La perplessità è ovviamente ancora maggiore quando si tratta di valutare, ad esempio, se fa bene o male la BCE ad abbassare o alzare i tassi di interesse, oppure se il governo di Saddam Hussein rappresenta un'effettiva minaccia per la pace e gli interessi occidentali. Anche se la consapevolezza dei limiti del giudizio degli "esperti" non significa necessariamente "sfiducia" nella scienza, non vi è dubbio che qualche turbamento serpeggi nell'opinione pubblica, soprattutto quando ad essere toccate dalle incertezze sono aspetti legati alla salute e alla sopravvivenza (come l'alimentazione, i trapianti, e cosìvia), la crisi e la prosperità, oppure la pace o la guerra.are affidamento su altri "esperti" per "farsi un'idea" su argomenti che escono dal loro campo di specializzazione. I modi con i quali si trasmette e diffonde il sapere specialistico (l'informazione scientifica) sono quindi cruciali per rendere possibile la formazione di un'opinione pubblica.

I canali di informazione sono, ovviamente, assai diversificati. L'informazione televisiva, ad esempio, permette - nel migliore dei casi - di confrontare opinioni diverse, ma non è in grado di fornire nessun criterio per emettere un giudizio di "vero"/falso", "plausibile/non plausibile". Esposto ad un dibattito televisivo tra esperti (e a maggior ragione tra politici), il pubblico degli spettatori non dispone di nessuno strumento per distinguere tra la ragione e il torto, tra chi mente e chi dice il vero. La logica del mezzo (o forse soltanto i modelli ai quali ci siamo assuefatti) non consente approfondimenti, giudizi meditati, valutazione accurata di argomenti pro e di argomenti contro. Le opinioni espresse hanno tutte lo stesso peso: il guitto, la cantante, la diva o l'uomo della strada, tutti sono legittimati ad esprimere opinioni anche quando non hanno nessuna opinione da esprimere.

Una funzione importante è quindi quella che contribuisce ad aumentare la capacità della gente di scegliere tra opinioni contrastanti, tra versioni/interpretazioni diverse degli stessi fatti. Sappiamo che il fattore decisivo di scelta tra opinioni contrastanti è costituito dalle predisposizioni ideologiche di parte. La domanda da porsi è quindi se e come sia possibile ridurre l'incidenza del "pre-giudizio" contenuto in tali "pre-disposizioni". Ad esempio, la recente campagna elettorale ha mostrato che gli attacchi alla persona di Berlusconi come persona inidonea o indegna a governare un paese democratico come l'Italia hanno avuto l'effetto di rafforzare presso una parte dell'opinione pubblica la convinzione che Berlusconi rappresentasse una pericolosa minaccia della democrazia, ma nello stesso tempo hanno rafforzato l'opinione di chi invece riteneva che Berlusconi fosse vittima di una campagna denigratoria. In altri termini, non è improbabile che la campagna abbia cristallizzato predisposizioni già esistenti, senza modificare sostanzialmente il grado di maturazione dell'opinione pubblica.

Le predisposizioni operano come filtri a livello di ricezione dei messaggi della comunicazione politica. Esse hanno una grande influenza nell'accettazione o non accettazione della comunicazione politica ricevuta, e intervengono come variabile che modifica l'informazione dal "ricevuto"al "percepito" e risultano determinanti nella formazione finale delle opinioni (e quindi delle scelte) individuali. Tali predisposizioni, caratterizzate da schemi interpretativi rigidi e già dati, da valori interiorizzati e combinati a tratti della personalità, hanno una notevole stabilità nel tempo e sono scarsamente influenzabili dalla comunicazione ricevuta (almeno nel breve periodo).

I valori-guida funzionano comunque come criteri di giudizio di fronte a problemi troppo complessi per essere adeguatamente compresi, oppure quando mancano informazioni per potere sviluppare un orientamento preciso; una caratteristica degli orientamenti di valore è la loro persistenza nel tempo. Non sorprende, ad esempio, che si faccia uso di argomenti "ideologici" chiaramente obsoleti sul piano storico (ad esempio, sempre per riferirci alla recente campagna elettorale, accuse di fascismo e/o comunismo) per influenzare atteggiamenti e comportamenti soprattutto del pubblico che è scarsamente informato sulle issues attuali. Il problema è di cogliere come la gente usa le informazioni per tradurre i valori in opinioni e giudizi specifici (a favore o contro) su questioni rilevanti. Inoltre, l'informazione che raggiunge il pubblico è il prodotto di un processo di selezione/costruzione che normalmente è "opaco" per chi riceve l'informazione.

Ancora, l'informazione che raggiunge il pubblico deve essere calibrata al livello di approfondimento richiesto dal particolare pubblico in questione: un resoconto troppo dettagliato, così come un'analisi troppo approfondita verrebbero escluse dal filtro nella fase della ricezione del messaggio. La gente sceglie gli argomenti sui quali vuole essere informata e il livello al quale vuole essere informata. Se non ho un particolare interesse a "farmi un'idea" su un determinato problema, eviterò di accedere a fonti che forniscono informazioni o interpretazioni troppo analitiche sull'argomento.

Non c'è dubbio che le opinioni delle élite si rispecchiano nell'opinione pubblica. Ma si presentano due casi diversi: da un lato l'esistenza di un forte consenso tra le élite sull'orientamento da assumere in merito ad una determinata questione, dall'altro lato invece l'assenza di tale consenso. Le ricerche sugli effetti dei media hanno largamente provato che i mezzi di informazione contribuiscono ai cambiamenti dell'opinione pubblica solo se una issue è diventata controversa e se la controversia ha varcato una soglia critica di "attenzione".

Ma quali strati d'opinione sono più soggetti all'influenza delle élite? Vi è una minoranza, caratterizzata da un elevato livello di attenzione alle vicende della politica e da un forte impegno intellettuale/cognitivo, che vi è altamente esposta. All'altro estremo vi sono coloro che non sanno neppure indicare con esattezza nome e cognome del Primo Ministro in carica: questi, dell'opinione delle élite non sanno che farsene. Nel mezzo troviamo la maggioranza della popolazione, a sua volta divisa in due gruppi: coloro che dedicano abbastanza attenzione ai fatti politici e si tengono regolarmente informati (sono quindi esposti alle opinioni delle élite) e coloro che, invece, pur non essendo del tutto disinteressati, lo fanno in modo saltuario (ad esempio, solo in occasione delle elezioni).

In questi due ultimi gruppi l'atteggiamento con il quale s misurano con la realtà sociale tende ad essere di natura prevalentemente emotiva. Quando si parla di influenza dei mezzi di informazione nella formazione dell'opinione pubblica bisogna quindi innanzitutto considerare il diverso livello di esposizione ai media medesimi, il quale, a sua volta, dipende dal livello di attenzione per i fatti della politica (quella che un tempo veniva chiamata "coscienza politica"). Il rapporto però non è di tipo lineare: il gruppo più facile da convincere può essere sia quello con il più alto livello di coscienza politica, e quindi soggetto alla massima esposizione all'informazione politica, sia quello che mostra invece un livello basso di "coscienza" e riceve la minima esposizione alla comunicazione politica.È ora giunto il momento di far confluire le riflessioni svolte in tema di sapere specialistico e di formazione dell'opinione pubblica in una conclusione che metta in luce quale può essere la funzione di un gruppo di intellettuali/esperti che ruota intorno ad una rivista di cultura.

Una conclusione possibile: convertire gli esperti in intellettuali

Il sapere specialistico può diventare la morte dell'intellettuale. Già Max Weber aveva intravisto la desolazione di un mondo popolato da "specialisti senz'anima". Non solo la cultura, ma la stessa politica, non avrebbero più senso se tutti i problemi si trasformassero in problemi "tecnici". Eppure, non possiamo fare a meno del lavoro degli "esperti". Essi occupano una posizione centrale nella "società della conoscenza" (knowledge society) e le nuove tecnologie telematiche disseminano i loro prodotti in ogni angolo del mondo dove un calcolatore può essere allacciato ad una rete telefonica. Le condizioni del lavoro intellettuale nella modernità avanzata pongono una serie di sfide:

1. Fare interagire tra loro i saperi "esperti", spostando l'accento sulle relazioni e connessioni; valorizzare le specializzazioni interstiziali, le competenze multiple, le cerniere tra saperi diversi e contigui. Questa operazione non è senza conseguenze sui modi di produzione e acquisizione del sapere. L'integrazione delle conoscenze retroagisce sulle conoscenze stesse ponendo nuovi problemi di ricerca.

2. La prima sfida è in un certo senso preliminare alla seconda, vale a dire, quella di sviluppare all'interno stesso del campo intellettuale forme di comunicazione capaci di superare le difficoltà di traduzione tra linguaggi specialistici. Si tratta, in altre parole, di fare interagire gli esperti tra di loro e quindi di farli uscire dal loro ambito di specializzazione. È il primo passo per trasformare l'esperto in intellettuale, senza fargli peraltro perdere la qualità di esperto. Questa operazione richiede che come medium di comunicazione venga usata quella che potremmo chiamare la variante colta del linguaggio comune.

3. Se esperti di diverse specialità sono in grado di comunicare tra di loro, sono in grado di comunicare anche all'opinione pubblica più vasta delle persone colte. Se un economista è in grado di chiarire a un sociologo i problemi connessi alla fissazione del tasso di sconto, è in grado di chiarilo anche ad un ingegnere, a un avvocato, a un medico, a un informatico e via di seguito. Ognuno dei quali a sua volta, può svolgere la funzione di opinion leader nei confronti di una cerchia più vasta, soprattutto se occupa una posizione centrale nelle strutture associative intermedie (l'ordine degli avvocati, la società per la tutela della fauna marina, oppure il sindacato di categoria, e così via).

4. Se un messaggio diventa comprensibile per l'uomo comune colto, lo diventa anche per il politico. Anche il politico è, a suo modo, uno specialista. Le democrazie non possono fare a meno dei politici di professione (anche se è opportuno, ogni tanto, mandarne a casa qualcuno). Questi, lo sappiamo bene noi italiani, sviluppano il loro gergo (il cosiddetto «politichese») che rende spesso incomprensibili i loro discorsi, non solo alla gente comune, ma anche alle persone colte. L'intellettuale-esperto che vuole farsi ascoltare e comprendere dal politico non deve parlare né il suo linguaggio specialistico, né deve apprendere il «politichese», ma deve pensare e comunicare con il linguaggio comune della gente colta. L'esperto, ripiegato su sé stesso, incapace di commercio intellettuale, che comunica solo con i suoi simili in un linguaggio esoterico ed iniziatico è, in fin dei conti, una figura oscurantistica. Non illumina ma nasconde. Al di fuori della sua setta, può essere solo adorato come un mago, oppure vilipeso come uno spirito maligno. L'esperto, se vuole illuminare, deve scendere allo scoperto, deve farsi "intellettuale", deve liberarsi dal riferimento esclusivo alla «sua» comunità.

5. Questo, ovviamente, è più un auspicio che una descrizione di tendenze in atto. Cè, lo ripeto, qualcosa di prescrittivo in quello che dico. Se però qualche cosa di questo auspicio si realizzerà, allora cambieranno anche i luoghi della vita intellettuale. I salotti bene, i club, oppure le sezioni dei partiti, tramonteranno insieme ai loro abitanti. Resteranno invece le pagine delle riviste di cultura, e, in prospettiva, le risorse del web.

6. È chiaro che dietro queste riflessioni vi è una concezione "discorsiva" della sfera pubblica, l'idea cioè che l'opinione pubblica matura solo attraverso il confronto delle idee e che questo è anche il modo per far emergere quel tanto (o quel poco) di "razionalità" che è dato raggiungere in un mondo incerto e maledettamente complesso.


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