Introduzione. Testimoni, militanti, scienziati:
gli intellettuali europei a cavallo di due secoli
(versione non rivista dall'autore)
In questa mia introduzione intendo portare argomenti
a sostegno di due tesi:
1. il lavoro intellettuale è indispensabile per
la formazione di un'opinione pubblica matura;
2.un'opinione pubblica matura è indispensabile al buon funzionamento
di una democrazia.
Il termine intellettuale è notoriamente vago: se
ne possono dare definizioni ampie, oppure ristrette. La figura di
intellettuale sulla quale vorrei fermare l'attenzione è quella dell'esperto
il quale, in virtù della fama e del prestigio acquisiti nel proprio
campo specialistico, si ritiene in diritto e in certo modo in dovere
di intervenire su questioni che coinvolgono l'interesse generale,
o quello che egli interpreta come tale, anche al di fuori del suo
specifico campo di competenza. Sono ben consapevole della natura
normativa più che descrittiva di questa definizione. L'intellettuale
che ho in mente è insomma l'esperto che, accanto alla - ma anche
in forza della sua professione, esprime forme di impegno civile.
La nostra epoca ha visto il definitivo declino dell'intellettuale
come depositario di una qualche verità, come interprete accreditato
dei testi sacri. Non che questa funzione sia sparita. La professione
del teologo appartiene indubbiamente al campo intellettuale ed è
universalmente riconosciuta e rispettata anche nel nostro tempo.
Il "tramonto" riguarda piuttosto la categoria degli idéologues,
di coloro che mettono le loro capacità ermeneutiche al servizio
di una qualche ortodossia, per difenderla dagli attacchi di altre
ortodossie e dalle critiche degli immancabili eterodossi e soprattutto
per trasmetterla e divulgarla. Non c'è dubbio che la caduta del
famoso "muro" abbia accelerato una crisi già in atto da
tempo.
Ma la crisi ha investito anche un'altra figura, quella
gramsciana dell'intellettuale organico, che fa propria la "causa"
di qualche gruppo o classe che lotta per la propria emancipazione
(o anche solo per la propria sopravvivenza). L'intellettuale tende
oggi più che mai, per dirla con Mannheim, ad essere freischwebend,
svincolato da discipline di parte, ovvero di partito. Svincolato
non vuole però dire privo di condizionamenti. Fra questi, i più
rilevanti sono tutti interni alla sfera delle attività e della produzione
intellettuale, si tratti delle delle istituzioni educative, accademiche
e di ricerca, o, per altro verso, dell'industria culturale fra editoria
e vecchi e nuovi media. Queste istituzioni garantiscono consistenti
(ma ovviamente non illimitati) spazi di libertà e di autonomia.
Sono questi spazi che consentono agli intellettuali di mantenere
rapporti di (relativa) non-dipendenza con le altre "sfere",
in particolare con quelle della politica e dell'economia.
Si tratta tuttavia di spazi di libertà che, lontani
dall'essere garantiti una volta per tutte, vanno sempre difesi e
rinegoziati. Le élite intellettuali quindi, ancorché godano di un
notevole grado di autonomia - variabile peraltro a seconda dei contesti
storici e dei regimi politici -, tendono talora ad instaurare rapporti
di "tensione", quando non di conflitto, con le altre élite,
in particolare economiche e politiche. Come vedremo, questa condizione,
ad un tempo oggettiva e soggettiva, può dar luogo a forme di impegno
civile e anche politico, non in virtù della propria posizione di
parte (militanza in un partito), ma in virtù della propria posizione,
almeno relativamente, "al di sopra delle parti", quando
sia in gioco qualche valore o interesse percepito come "collettivo".Date
queste premesse, i due versanti da analizzare sono da un lato il
rapporto tra intellettuali e decisori (potere politico ed economico)
e, dall'altro lato, il rapporto con la sfera dell'opinione pubblica.
L'intellettuale come "esperto" e i decision
makers
Il decisore politico ha bisogno dell'esperto e viceversa.
Le risorse per la ricerca provengono in ultima analisi da decisori
extra-scientifici che operano in base a criteri di natura lato
sensu politica. La domanda che proviene dal decisore, però,
è spesso contraddittoria. Da un lato si tratta di conoscere per
decidere ("conoscere per deliberare" era una delle "prediche
inutili" di Luigi Einaudi), una domanda quindi di "sapere
tecnico". Come ricercatori sociali spesso ci lamentiamo di
quanto poco i decisori politici sappiano utilizzare il "sapere
sulla società" prodotto dalle nostre ricerche. Quanto poco,
ad esempio, le proposte di nuova legislazione tengano conto delle
conoscenze, spesso facilmente accessibili, ormai acquisite in relazione
alle realtà di volta in volta oggetto del provvedimento. Il ricercatore
e il decisore politico parlano linguaggi diversi ed hanno spesso
difficoltà ad intendersi.
Ma oltre alla domanda di conoscenza (spesso mal formulata
e ancor più spesso mal recepita), la domanda del decision maker
ha anche un'altra valenza: all'esperto viene chiesto (talvolta esclusivamente)
di produrre argomentazioni pseudo-razionali / pseudo-scientifiche
per giustificare decisioni già prese, o per sostenere una strategia
nei confronti di strategie concorrenti o tra loro in conflitto.
Ogni decisore ai diversi livelli decisionali (di partito, di ministero,
di assessorato, ecc.) ha i "suoi" esperti di riferimento
e di fiducia. Accanto quindi alla domanda di conoscenza vi è una
domanda di razionalizzazione, domanda che può arrivare fino al caso
limite della richiesta (raramente esplicita, ma non per questo meno
pressante) di argomentazioni che nascondano le ragioni autentiche
della decisione in questione. Nel primo caso il ricercatore offre
al decisore la sua competenza tecnica, nel secondo caso offre invece
una sorta di copertura ideologica; nel primo caso favorisce la trasparenza
delle decisioni, nel secondo contribuisce alla loro "opacità".
Anche il ricercatore/esperto quindi può venire, consapevolmente
o meno, strumentalizzato per fini che non hanno nulla a che fare
con la sua "professionalità".
L'esperto è il prodotto della tendenza alla specializzazione
del sapere. Le riviste scientifiche, i comitati delle associazioni
scientifiche, nazionali e internazionali, sono dei buoni indicatori
del grado di specializzazione del sapere. La tendenza è sicuramente
inarrestabile. Ciò è dovuto ad una serie di fattori. In primo luogo,
l'espansione esponenziale della produzione scientifica. Oggi, anche
su tematiche molto circoscritte, la quantità di contributi di ricerca
degni di essere presi in considerazione tende ad essere superiore
a quanto uno studioso volonteroso sia in grado di seguire. Da qui
deriva una delle spinte a ritagliare ambiti di ricerca sempre più
ristretti. Oggi, se si vuole sapere "tutto" su un dato
argomento, è necessario che l'argomento sia di dimensioni sempre
più "piccole". La tendenza è ben nota: "sapere tutto
su niente".
A ciò si aggiunge un secondo fattore: l'allargamento
delle comunità scientifiche su scala internazionale, dovuta al fatto
che gli studiosi appartengono alla parte più cosmopolita delle popolazioni
dei singoli paesi e che ormai quasi tutte le comunità scientifiche
hanno adottato la lingua inglese come medium comunicativo principale.
Accanto alle associazioni nazionali, a quelle per aree geografiche
o culturali, si sono aggiunte in quasi tutte le discipline associazioni
di dimensione continentale o planetaria e innumerevoli sono ormai
i networks internazionali sui più svariati argomenti. Il
gruppo di riferimento dell'esperto è quindi la comunità scientifica
ed è soprattutto da essa che egli si aspetta di ricevere riconoscimenti.
La riduzione dell'ampiezza dei singoli campi di indagine produce
un ulteriore effetto. Ancorché ristretti, o forse proprio a causa
di ciò, tali campi di indagine presentano invariabilmente molteplici
aree di sovrapposizione che a loro volta diventano campo di indagine
di altri "esperti". Gli interstizi fra le diverse discipline
danno così vita a nuove specializzazioni disciplinari.
Una delle conseguenze della frammentazione del sapere
in campi specialistici è lo sviluppo di linguaggi tecnici che servono
alla comunicazione all'interno delle singole comunità scientifiche.
Tuttavia, se da un lato tali linguaggi, in linea di principio, facilitano
gli scambi all'interno, essi costituiscono un ostacolo quando si
tratta di comunicare verso l'esterno. Le comunità scientifiche tendono
quindi a sviluppare livelli sempre più elevati di autoreferenzialità.
Alla tradizionale scissione tra cultura scientifica
e cultura umanistica non si è aggiunta solo la scissione tra scienze
della natura e scienze umane, ma ogni campo, ogni disciplina appare
scissa in molteplici frammenti che riescono ad interagire tra di
loro solo in virtù della presenza di un ulteriore categoria di specialisti
che mediano tra campi e discipline diverse e all'interno di ogni
disciplina. Come sociologo, se mi sforzassi di leggere dalla prima
all'ultima pagine un fascicolo di una rivista della mia stessa disciplina,
temo dovrei concludere che almeno la metà degli articoli mi risultano
pressoché del tutto incomprensibili. Ognuno di noi, anche se pratica
professionalmente un'attività di ricerca, è "esperto"
solo del proprio settore, al di fuori del quale è un "laico"
solo in misura minore di tutti gli altri impegnati professionalmente
in attività che non hanno a che fare con il suo ambito disciplinare.
Se i saperi specialistici risultano comprensibili solo agli specialisti,
ai "laici" non resta che nutrire "fiducia" negli
specialisti, vale a dire, essenzialmente, nell'efficacia dei controlli
che le comunità scientifiche esercitano nei loro confronti.
C'è qualcosa di paradossale nel dover ammettere che
più la ricerca scientifica progredisce (e quindi si "specializza")
e più richiede di fare appello ad un sentimento, appunto la "fiducia",
non del tutto razionale. Che la fiducia non sia sempre solidamente
fondata, lo sappiamo dalla nostra esperienza nel campo dove siamo
degli "esperti"; sappiamo, ad esempio, come fattori di
natura extra-scientifica giochino un ruolo non trascurabile nella
attribuzione di reputazione a questo o quel ricercatore. E se ciò
vale nei campi della ricerca "pura", delle scienze cosiddette
"esatte", vale anche a maggior ragione nel campo delle
scienze umane e sociali.
Dobbiamo quindi arrenderci di fronte alla torre di
Babele dei saperi specialistici e di fronte alla necessità di "fidarci"
del parere degli "esperti"? Come possiamo farci un'opinione
sulla base di saperi ai quali non siamo in grado di accostarci e
dei quali non siamo quindi in grado di appropriarci?
Dobbiamo chiederci pertanto quali siano le condizioni
nelle quali si costruisce un'opinione pubblica nell'epoca del "dominio"
del parere (potere?) degli "esperti". L'opinione pubblica
è costituita da coloro che hanno maturato un orientamento in merito
ad una determinata issue sulla base dell'acquisizione di
un certo stock di conoscenze. Tali conoscenze sono prodotte
dagli esperti, ma normalmente non è nella forma prodotta dagli esperti
che giungono all'opinione pubblica.
Come si forma l'opinione pubblica
Innanzitutto, bisogna considerare il disorientamento
del pubblico di fronte al fatto che di norma gli esperti non
hanno lo stesso parere. È assai improbabile che di fronte ad una
domanda specifica la scienza sappia dare una risposta univoca. Ogni
giorno le cronache offrono numerosi esempi in riferimento ai quali
gli scienziati non sono in grado di raggiungere un parere unanime.
I rischi per la salute dell'inquinamento elettromagnetico, le conseguenze
sull'atmosfera del buco dell'ozono, l'efficacia delle opere di regolazione
dei corsi d'acqua, gli effetti ambientali degli organismi geneticamente
modificati sono solo alcuni dei casi che hanno recentemente riempito
i giornali.
In una serie di contributi assai discussi, Ulrich
Beck ha sottolineato come le società avanzate siano particolarmente
esposte ai rischi ambientali di fronte ai quali gli scienziati non
sono in genere in grado di fornire diagnosi accurate e tanto meno
soluzioni univoche. La perplessità è ovviamente ancora maggiore
quando si tratta di valutare, ad esempio, se fa bene o male la BCE
ad abbassare o alzare i tassi di interesse, oppure se il governo
di Saddam Hussein rappresenta un'effettiva minaccia per la pace
e gli interessi occidentali. Anche se la consapevolezza dei limiti
del giudizio degli "esperti" non significa necessariamente
"sfiducia" nella scienza, non vi è dubbio che qualche
turbamento serpeggi nell'opinione pubblica, soprattutto quando ad
essere toccate dalle incertezze sono aspetti legati alla salute
e alla sopravvivenza (come l'alimentazione, i trapianti, e cosìvia),
la crisi e la prosperità, oppure la pace o la guerra.are affidamento
su altri "esperti" per "farsi un'idea" su argomenti
che escono dal loro campo di specializzazione. I modi con i quali
si trasmette e diffonde il sapere specialistico (l'informazione
scientifica) sono quindi cruciali per rendere possibile la formazione
di un'opinione pubblica.
I canali di informazione sono, ovviamente, assai
diversificati. L'informazione televisiva, ad esempio, permette -
nel migliore dei casi - di confrontare opinioni diverse, ma non
è in grado di fornire nessun criterio per emettere un giudizio di
"vero"/falso", "plausibile/non plausibile".
Esposto ad un dibattito televisivo tra esperti (e a maggior ragione
tra politici), il pubblico degli spettatori non dispone di nessuno
strumento per distinguere tra la ragione e il torto, tra chi mente
e chi dice il vero. La logica del mezzo (o forse soltanto i modelli
ai quali ci siamo assuefatti) non consente approfondimenti, giudizi
meditati, valutazione accurata di argomenti pro e di argomenti contro.
Le opinioni espresse hanno tutte lo stesso peso: il guitto, la cantante,
la diva o l'uomo della strada, tutti sono legittimati ad esprimere
opinioni anche quando non hanno nessuna opinione da esprimere.
Una funzione importante è quindi quella che contribuisce
ad aumentare la capacità della gente di scegliere tra opinioni contrastanti,
tra versioni/interpretazioni diverse degli stessi fatti. Sappiamo
che il fattore decisivo di scelta tra opinioni contrastanti è costituito
dalle predisposizioni ideologiche di parte. La domanda da porsi
è quindi se e come sia possibile ridurre l'incidenza del "pre-giudizio"
contenuto in tali "pre-disposizioni". Ad esempio, la recente
campagna elettorale ha mostrato che gli attacchi alla persona di
Berlusconi come persona inidonea o indegna a governare un paese
democratico come l'Italia hanno avuto l'effetto di rafforzare presso
una parte dell'opinione pubblica la convinzione che Berlusconi rappresentasse
una pericolosa minaccia della democrazia, ma nello stesso tempo
hanno rafforzato l'opinione di chi invece riteneva che Berlusconi
fosse vittima di una campagna denigratoria. In altri termini, non
è improbabile che la campagna abbia cristallizzato predisposizioni
già esistenti, senza modificare sostanzialmente il grado di maturazione
dell'opinione pubblica.
Le predisposizioni operano come filtri a livello
di ricezione dei messaggi della comunicazione politica. Esse hanno
una grande influenza nell'accettazione o non accettazione della
comunicazione politica ricevuta, e intervengono come variabile che
modifica l'informazione dal "ricevuto"al "percepito"
e risultano determinanti nella formazione finale delle opinioni
(e quindi delle scelte) individuali. Tali predisposizioni, caratterizzate
da schemi interpretativi rigidi e già dati, da valori interiorizzati
e combinati a tratti della personalità, hanno una notevole stabilità
nel tempo e sono scarsamente influenzabili dalla comunicazione ricevuta
(almeno nel breve periodo).
I valori-guida funzionano comunque come criteri di
giudizio di fronte a problemi troppo complessi per essere adeguatamente
compresi, oppure quando mancano informazioni per potere sviluppare
un orientamento preciso; una caratteristica degli orientamenti di
valore è la loro persistenza nel tempo. Non sorprende, ad esempio,
che si faccia uso di argomenti "ideologici" chiaramente
obsoleti sul piano storico (ad esempio, sempre per riferirci alla
recente campagna elettorale, accuse di fascismo e/o comunismo) per
influenzare atteggiamenti e comportamenti soprattutto del pubblico
che è scarsamente informato sulle issues attuali. Il problema
è di cogliere come la gente usa le informazioni per tradurre i valori
in opinioni e giudizi specifici (a favore o contro) su questioni
rilevanti. Inoltre, l'informazione che raggiunge il pubblico è il
prodotto di un processo di selezione/costruzione che normalmente
è "opaco" per chi riceve l'informazione.
Ancora, l'informazione che raggiunge il pubblico
deve essere calibrata al livello di approfondimento richiesto dal
particolare pubblico in questione: un resoconto troppo dettagliato,
così come un'analisi troppo approfondita verrebbero escluse dal
filtro nella fase della ricezione del messaggio. La gente sceglie
gli argomenti sui quali vuole essere informata e il livello al quale
vuole essere informata. Se non ho un particolare interesse a "farmi
un'idea" su un determinato problema, eviterò di accedere a
fonti che forniscono informazioni o interpretazioni troppo analitiche
sull'argomento.
Non c'è dubbio che le opinioni delle élite si rispecchiano
nell'opinione pubblica. Ma si presentano due casi diversi: da un
lato l'esistenza di un forte consenso tra le élite sull'orientamento
da assumere in merito ad una determinata questione, dall'altro lato
invece l'assenza di tale consenso. Le ricerche sugli effetti dei
media hanno largamente provato che i mezzi di informazione contribuiscono
ai cambiamenti dell'opinione pubblica solo se una issue è
diventata controversa e se la controversia ha varcato una soglia
critica di "attenzione".
Ma quali strati d'opinione sono più soggetti all'influenza
delle élite? Vi è una minoranza, caratterizzata da un elevato livello
di attenzione alle vicende della politica e da un forte impegno
intellettuale/cognitivo, che vi è altamente esposta. All'altro estremo
vi sono coloro che non sanno neppure indicare con esattezza nome
e cognome del Primo Ministro in carica: questi, dell'opinione delle
élite non sanno che farsene. Nel mezzo troviamo la maggioranza della
popolazione, a sua volta divisa in due gruppi: coloro che dedicano
abbastanza attenzione ai fatti politici e si tengono regolarmente
informati (sono quindi esposti alle opinioni delle élite) e coloro
che, invece, pur non essendo del tutto disinteressati, lo fanno
in modo saltuario (ad esempio, solo in occasione delle elezioni).
In questi due ultimi gruppi l'atteggiamento con il
quale s misurano con la realtà sociale tende ad essere di natura
prevalentemente emotiva. Quando si parla di influenza dei mezzi
di informazione nella formazione dell'opinione pubblica bisogna
quindi innanzitutto considerare il diverso livello di esposizione
ai media medesimi, il quale, a sua volta, dipende dal livello di
attenzione per i fatti della politica (quella che un tempo veniva
chiamata "coscienza politica"). Il rapporto però non è
di tipo lineare: il gruppo più facile da convincere può essere sia
quello con il più alto livello di coscienza politica, e quindi soggetto
alla massima esposizione all'informazione politica, sia quello che
mostra invece un livello basso di "coscienza" e riceve
la minima esposizione alla comunicazione politica.È ora giunto il
momento di far confluire le riflessioni svolte in tema di sapere
specialistico e di formazione dell'opinione pubblica in una conclusione
che metta in luce quale può essere la funzione di un gruppo di intellettuali/esperti
che ruota intorno ad una rivista di cultura.
Una conclusione possibile: convertire gli esperti
in intellettuali
Il sapere specialistico può diventare la morte dell'intellettuale.
Già Max Weber aveva intravisto la desolazione di un mondo popolato
da "specialisti senz'anima". Non solo la cultura, ma la
stessa politica, non avrebbero più senso se tutti i problemi si
trasformassero in problemi "tecnici". Eppure, non possiamo
fare a meno del lavoro degli "esperti". Essi occupano
una posizione centrale nella "società della conoscenza"
(knowledge society) e le nuove tecnologie telematiche disseminano
i loro prodotti in ogni angolo del mondo dove un calcolatore può
essere allacciato ad una rete telefonica. Le condizioni del lavoro
intellettuale nella modernità avanzata pongono una serie di sfide:
1. Fare interagire tra loro i saperi "esperti",
spostando l'accento sulle relazioni e connessioni; valorizzare le
specializzazioni interstiziali, le competenze multiple, le cerniere
tra saperi diversi e contigui. Questa operazione non è senza conseguenze
sui modi di produzione e acquisizione del sapere. L'integrazione
delle conoscenze retroagisce sulle conoscenze stesse ponendo nuovi
problemi di ricerca.
2. La prima sfida è in un certo senso
preliminare alla seconda, vale a dire, quella di sviluppare all'interno
stesso del campo intellettuale forme di comunicazione capaci di
superare le difficoltà di traduzione tra linguaggi specialistici.
Si tratta, in altre parole, di fare interagire gli esperti tra di
loro e quindi di farli uscire dal loro ambito di specializzazione.
È il primo passo per trasformare l'esperto in intellettuale, senza
fargli peraltro perdere la qualità di esperto. Questa operazione
richiede che come medium di comunicazione venga usata quella che
potremmo chiamare la variante colta del linguaggio comune.
3. Se esperti di diverse specialità sono in
grado di comunicare tra di loro, sono in grado di comunicare anche
all'opinione pubblica più vasta delle persone colte. Se un economista
è in grado di chiarire a un sociologo i problemi connessi alla fissazione
del tasso di sconto, è in grado di chiarilo anche ad un ingegnere,
a un avvocato, a un medico, a un informatico e via di seguito. Ognuno
dei quali a sua volta, può svolgere la funzione di opinion leader
nei confronti di una cerchia più vasta, soprattutto se occupa una
posizione centrale nelle strutture associative intermedie (l'ordine
degli avvocati, la società per la tutela della fauna marina, oppure
il sindacato di categoria, e così via).
4.Se un messaggio diventa comprensibile per l'uomo comune
colto, lo diventa anche per il politico. Anche il politico è, a
suo modo, uno specialista. Le democrazie non possono fare a meno
dei politici di professione (anche se è opportuno, ogni tanto, mandarne
a casa qualcuno). Questi, lo sappiamo bene noi italiani, sviluppano
il loro gergo (il cosiddetto «politichese») che rende spesso incomprensibili
i loro discorsi, non solo alla gente comune, ma anche alle persone
colte. L'intellettuale-esperto che vuole farsi ascoltare e comprendere
dal politico non deve parlare né il suo linguaggio specialistico,
né deve apprendere il «politichese», ma deve pensare e comunicare
con il linguaggio comune della gente colta. L'esperto, ripiegato
su sé stesso, incapace di commercio intellettuale, che comunica
solo con i suoi simili in un linguaggio esoterico ed iniziatico
è, in fin dei conti, una figura oscurantistica. Non illumina ma
nasconde. Al di fuori della sua setta, può essere solo adorato come
un mago, oppure vilipeso come uno spirito maligno. L'esperto, se
vuole illuminare, deve scendere allo scoperto, deve farsi "intellettuale",
deve liberarsi dal riferimento esclusivo alla «sua» comunità.
5. Questo, ovviamente, è più un auspicio che
una descrizione di tendenze in atto. Cè, lo ripeto, qualcosa di
prescrittivo in quello che dico. Se però qualche cosa di questo
auspicio si realizzerà, allora cambieranno anche i luoghi della
vita intellettuale. I salotti bene, i club, oppure le sezioni dei
partiti, tramonteranno insieme ai loro abitanti. Resteranno invece
le pagine delle riviste di cultura, e, in prospettiva, le risorse
del web.
6. È chiaro che dietro queste riflessioni
vi è una concezione "discorsiva" della sfera pubblica,
l'idea cioè che l'opinione pubblica matura solo attraverso il confronto
delle idee e che questo è anche il modo per far emergere quel tanto
(o quel poco) di "razionalità" che è dato raggiungere
in un mondo incerto e maledettamente complesso.
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