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Il ruolo del Mulino nell'attuale scenario
politico-culturale italiano
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Nel numero 3/2002 pubblichiamo un intervento
di Ernesto Galli della Loggia e Angelo Panebianco -
firme ben note ai lettori della nostra rivista, e non a loro
soltanto. Larticolo, riportato anche
in rete, riprende i temi di una lettera che i due autori
avevano inviato al presidente dellAssociazione «il
Mulino» allindomani delle elezioni del 13 maggio
2001, invitando ad una riflessione e ad una discussione sulle
implicazioni che il mutato clima politico avrebbe potuto avere
sulle istituzioni culturali e, in particolare, sullatteggiamento
che avrebbe assunto il gruppo del «Mulino».
La lettera, diffusa ai membri dellAssociazione,
ha aperto allinterno un dibattito appassionato in due
assemblee dei soci (nel settembre 2001 e nel febbraio 2002)
e in una serie di interventi scritti, anchessi circolati
tra i soci. In gioco era lidentità stessa del
«Mulino» e linterpretazione della sua storia,
proprio nel momento in cui si celebrava il mezzo secolo dalla
nascita della rivista. Il dibattito interno ha avuto poi una
certa eco in alcuni quotidiani, dove si è cercato di
far apparire una seria discussione tra persone civili come
una «rissa» dai toni quasi drammatici.
Al «Mulino» non siamo abituati
allo stile dei confronti pubblici che si mettono in scena
nei vari salotti televisivi. Fin dalle origini, nel «Mulino»
sono presenti opinioni e tendenze culturali e politiche diverse.
Anzi, è proprio la diversità la ragione che
ci tiene insieme: che senso avrebbe il dialogo e anche il
confronto tra persone già in partenza sempre concordi?
Ma quella che per noi è una condizione normale è
apparsa invece come il segnale di una crisi interna di orientamento
politico.
Abbiamo quindi guardato allattenzione
dei media nei confronti del nostro consueto dibattito interno
con un certo stupore, e anche con un po di irritazione
e di disagio. Tuttavia, questo è il segnale dellesistenza
di un problema che non riguarda solo la nostra Associazione,
ma le istituzioni di cultura in generale: come si configura
in differenti situazioni il rapporto tra cultura e politica?
Quali le influenze reciproche? E quale il grado di autonomia
della cultura dal contesto politico?
Abbiamo quindi deciso, per rilanciare
il dibattito, di pubblicare il testo di Galli della Loggia
e Panebianco e di dare spazio su questo sito alla sua prosecuzione.
Sul sito si troveranno anche i
contributi alla discussione che ha avuto luogo nei mesi
passati. [A.C.]
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Ernesto
Galli della Loggia - Angelo Panebianco
Il bipolarismo: una sfida per "il Mulino"
(da "il Mulino",
n. 401 - anno LI, n. 3, maggio-giugno 2002)
Come è noto, nei momenti importanti della
vita dei corpi collettivi, quando ci si trova di fronte a passaggi
difficili, è opportuno «tornare ai principi»:
rifarsi cioè ai presupposti fondativi, allispirazione
da cui si è preso le mosse e sulla cui base si è venuti
costruendo nel tempo la propria identità.
Per i motivi che diremo appresso noi pensiamo che
«il Mulino» si trovi oggi di fronte ad uno di questi
momenti; e proprio questa convinzione ci ha spinti, allinizio
di giugno dellanno scorso, a scrivere una lettera a tutti
i soci che è stata oggetto nei mesi successivi di una vivace
discussione allinterno dellAssociazione medesima, e
i cui contenuti ci sembra giusto portare ora a conoscenza del pubblico,
non solo per dissipare i malintesi che leco di quella nostra
iniziativa (ma non certo la conoscenza dei suoi termini esatti!)
ha alimentato, ma soprattutto in ragione dei problemi di interesse
generale che essa intendeva sollevare e che, come si vedrà,
vanno assai oltre la vicenda particolare del «Mulino».
I principi dunque: quelli contenuti nello Statuto,
nel nostro atto di fondazione. Larticolo 2 di tale Statuto,
dopo avere detto che lAssociazione stessa è «formata
da studiosi e intellettuali di formazione culturale e di attività
professionale diversa, legati tra loro da un comune impegno civile
e democratico», indica come proprio carattere precipuo quello
di rappresentare un «gruppo indipendente», sottolineando
quanto sia importante «in una democrazia pluralista il contributo
portato alla società e allopinione pubblica»
da parte di gruppi siffatti.
Noi del «Mulino» abbiamo quindi deciso
che vogliamo essere «un gruppo indipendente». Dal momento
che siamo evidentemente convinti che questa è la condizione
necessaria per svolgere con efficacia quella funzione di «rischiaramento»
(illuminista? ebbene sì, illuminista) dellopinione
pubblica che pensiamo essere la funzione più importante e
ambiziosa che degli studiosi e degli intellettuali possono proporsi.
Naturalmente sappiamo anche che «indipendente» non vuol
dire neutrale, amorfo, privo di valori e della capacità di
farli valere, di schierarsi per essi al momento opportuno. «Indipendente»,
per noi, vuol dire non schierato in linea preliminare con nessuna
delle parti che si affrontano nellarena politica e in quella
ideologico-culturale, vuol dire essere disponibili a convenire con
questa o quella tesi di ognuna delle parti in campo se quella tesi
appare, dopo un esame adeguato, la più appropriata e la più
ragionevole.
Unultima considerazione: come sempre quando
si tratta dellindipendenza di attori che si muovono nella
sfera pubblica, e come il presidente Pertini ebbe a ricordare in
una nota allocuzione tenuta a suo tempo al Consiglio Superiore della
Magistratura, non basta essere indipendenti nei fatti, nei comportamenti
e nelle idee: è necessario anche apparire tali agli occhi
del pubblico. Lindipendenza, insomma, è sempre, inevitabilmente,
anche una questione dimmagine.
Quanto detto finora costituisce la premessa per mettere
a fuoco la questione centrale che abbiamo voluto porre con la nostra
lettera del giugno scorso ai soci dellAssociazione e che questa
ha poi discusso specialmente nella sua assemblea del 2 febbraio
di questanno. La questione può essere riassunta in
una domanda che formuleremmo così: «posto che da quando
è mutato il sistema politico in Italia la nostra Associazione
ha fornito al paese due presidenti del Consiglio, almeno 3 o 4 ministri,
un altissimo numero (considerato che siamo sì e no unottantina
di persone) di sindaci, vicesindaci, senatori e deputati, e considerando
che tutte queste persone, non una esclusa, hanno ottenuto le cariche
pubbliche ora dette nellambito dello schieramento di centrosinistra,
posto tutto ciò, un tale dato di fatto può, e deve,
essere considerato come testimonianza dindipendenza oppure
no? Ancora: un tale dato di fatto è compatibile o no con
unimmagine di indipendenza?».
Ecco la questione decisiva da cui noi siamo partiti,
non a caso immediatamente allindomani delle elezioni del 13
maggio, perché il 13 maggio ha voluto dire due fatti importantissimi:
innanzi tutto, è stata unulteriore tappa forse
quella cruciale ai fini dello stabilimento in Italia di un
sistema elettorale maggioritario in grado di assicurare lalternanza
tra due schieramenti contrapposti; in secondo luogo, in quella data
ha vinto una coalizione di centrodestra, e ha vinto con una maggioranza
tale che autorizza a credere che il governo da essa espresso durerà
in carica per tutta la legislatura. Cè bisogno di sottolineare
che sia il primo che il secondo aspetto costituiscono eventi totalmente
inediti nella storia politica della Repubblica? Cè
bisogno di molte parole per spiegare che, almeno in via di ipotesi,
è lecito pensare che fatti di tale portata e novità
debbano obbligare tutti noi, e tutti gli attori pubblici, come la
nostra Associazione sicuramente è, se non altro a riflettere
sul proprio modo dessere e sulla propria storia, per decidere
se luno e laltra sono o no preparati a fare i conti
con le novità in questione?
La risposta non ci sembra dubbia. E dunque proprio
dalla storia, dalla nostra storia, dalla storia del «Mulino»
che occorre partire ed è da essa che nella nostra
lettera siamo partiti anche per individuare le risposte più
appropriate alle sfide di oggi.
Storie diverse
È noto anche a coloro che ne conoscono
le vicende solo per grandi linee che «il Mulino» trovò
e individuò fin dallinizio la sua ragion dessere
nellincontro, allinsegna di una comune fede nel costituzionalismo
democratico, tra la cultura laico-liberale e il cattolicesimo politico.
In breve tempo, questo incontro arrivò ad includere con naturalezza
anche la prospettiva del riformismo socialista. Fu così che
la nascita e i successivi svolgimenti del centrosinistra rappresentarono
una stagione politica in cui «il Mulino» poté
interamente riconoscersi.
Proprio nella stagione del centrosinistra,
negli anni Sessanta, prese avvio una caratteristica della nostra
Associazione che, giunta a maturazione nel decennio successivo,
sarebbe durata fino ad oggi. Intendiamo riferirci al ruolo del «Mulino»
come pensatoio, come luogo di elaborazione di analisi, di progetti
e di suggestioni utilizzabili, e talora utilizzate, da settori della
classe politica di governo. Contemporaneamente, e per logica conseguenza,
diversi soci di prestigio, specie economisti e giuristi, cominciarono
allora a ricoprire un ruolo, di fatto già politico, quali
esperti e consulenti delle pubbliche amministrazioni e delle loro
guide politiche. Tutto ciò si inscriveva nella logica, che
ispirava fin dallinizio «il Mulino», di animare
e partecipare a una prospettiva di riforma della società
italiana. Una prospettiva di cui, per almeno un decennio, il centrosinistra
venne considerato da molti soci limprescindibile punto di
riferimento.
È opportuno ricordare che con il riconoscersi,
a grande maggioranza dei suoi soci, nel centrosinistra «il
Mulino» era anche coerente con la propria stessa origine su
un altro importante terreno, quello del rapporto con il comunismo.
Lispirazione animatrice del centrosinistra, infatti, era di
sfida-contrapposizione al Pci nellambito cruciale del riformismo.
Si trattava precisamente di erodere linfluenza del Pci nella
società italiana, tanto è vero che il Pci, coerentemente,
si schierò allopposizione di quellesperimento:
fino a che quella formula politica durò, e cioè fino
ai primi anni Settanta. Tale opposizione comunista, peraltro
ci sembra importante notarlo consentì una non problematica
prosecuzione della programmatica collocazione «indipendente»
che, come già detto, fin dallinizio «il Mulino»
aveva di mira. Dalla posizione «né fascismo, né
comunismo» che era stata quella fondativa si passava ora a
quella «contro un centrosinistra troppo sbilanciato a sinistra,
contro ogni ritorno del centrodestra». Ma in certo senso la
sostanza dell«indipendentismo» del «Mulino»
restava la medesima: ancorata a un ideale arco democratico di tipo
centrista, incarnata in quellideale.
Ci sembra comunque importante sottolineare
che la partecipazione alla sfida rappresentata dal centrosinistra
si riallacciava a una originaria avversione del «Mulino»
al Pci sul piano dei valori politici di fondo. Il rapporto con il
Pci è un elemento importante da indagare per almeno tre ragioni.
In generale perché è il vario
rapporto stabilito di volta in volta rispetto al Pci che ha massimamente
definito, dal punto di vista storico, le identità effettive
di tutte le altre culture politico-partitiche nonché le vicende
del sistema politico italiano postbellico. La presenza del Pci fu
elemento così peculiare e determinante degli schieramenti
da incidere in profondità sui profili e gli atteggiamenti
reali di tutti gli attori in campo. Ancora: è stato il ruolo
politico-culturale del Pci che ha determinato per un cinquantennio,
in misura rilevante, il modo di guardare alla storia precedente
del Paese, si trattasse dellinterpretazione del Risorgimento,
del fascismo o della Resistenza.
In secondo luogo perché il rapporto
con il Pci ha costituito uno dei tratti dominanti dellorizzonte
su cui si è sempre mossa tutta la vita intellettuale italiana
dal dopoguerra in poi.
Infine, perché buona parte delloriginalità
e del senso stessi dellesistenza del «Mulino»
non si spiegherebbe avulsa da un confronto con il ruolo avuto dal
Pci nellambito intellettuale italiano. Cosaltro hanno
peculiarmente rappresentato, ad esempio, la casa editrice e la rivista
nei primi ventanni della sua storia, se non (anche) una voce
diversa e alternativa a quella di case editrici come Laterza, Feltrinelli,
Einaudi, e di riviste come «Società», «Il
Contemporaneo», ecc.?
È questo un punto decisivo, e forse,
proprio per questo oggi controverso, nella memoria degli stessi
fondatori e animatori dellesperienza del «Mulino».
Ne abbiamo avuto di recente un esempio lampante. Due dei padri storici
del «Mulino», Nicola Matteucci e Luigi Pedrazzi [1],
hanno consegnato al pubblico le loro riflessioni su questa cinquantennale
esperienza. Con differenze, tuttavia, di non poco conto, ai fini
di una valutazione sul passato e, pertanto, sulla identità
della nostra Associazione, della rivista e della casa editrice.
Nella sua ricostruzione, Matteucci individua,
infatti, una svolta che colloca alla metà degli anni Settanta.
È in quel periodo che, a suo avviso, lanticomunismo,
inteso come adesione a un universo valoriale e politico opposto
a quello fatto proprio dal Pci, cessa di essere elemento distintivo
dellesperienza del «Mulino» e inizia allora, invece,
una fase di avvicinamento/dialogo. Matteucci la spiega, oltre che
con il cambiamento del clima generale del Paese, con la contemporanea
uscita dai vertici associativi dei cattolici ostili alla legislazione
sul divorzio, e con lingresso fra i soci di giovani intellettuali
dal deciso orientamento di sinistra (cosa che in quella congiuntura
storica poteva solo significare contiguità con il Pci).
La relazione di Pedrazzi dice cose diverse.
Essa assume come costante nel tempo latteggiamento del gruppo
del «Mulino» verso il comunismo, non accennando in alcun
modo alla svolta di cui parla Matteucci. Ma soprattutto Pedrazzi
nega che la contrapposizione al comunismo abbia in alcun modo rappresentato
un tratto originario e identitario dellesperienza del «Mulino».
A suo avviso, infatti, «il Mulino» si sarebbe limitato
a criticare con fermezza i regimi dellEst e buona parte della
vicenda storica del Pci, ma si sarebbe sempre rifiutato di abbracciare
qualsiasi forma di anticomunismo di principio, di anticomunismo
ideologico o, se si vuole, di valori ideologici ostili a quelli
propri del comunismo. Anzi egli scrive che «il Mulino»
avrebbe sempre «apprezzato il valore della scelta democratica,
di fatto indicata da Togliatti fin da Salerno e mantenuta nei decenni,
sia pure con ambiguità gravi e contraddizioni palesi».
A noi sembra che la realtà documentabile
delle cose non si accordi con la visione di Pedrazzi. Basta pensare
a tanti articoli, apparsi sulla rivista negli anni Cinquanta e Sessanta,
di durissima polemica con alcuni dei principali topoi della presenza
comunista nello scenario politico e culturale del Paese, a cominciare
da quello, oggi di grande attualità, della «ideologia
dellantifascismo». Ciò che naturalmente non impedì
agli intellettuali del «Mulino», come del resto a quelli
del «Mondo» o di «Nord e Sud», di vedere
le ragioni oggettive (le condizioni sociali del Paese, la scarsa
incisività riformatrice dei governi dellepoca, ecc.)
del radicamento del Partito comunista nella società italiana.
Se ci richiamiamo a tutto ciò è
perché la svolta degli anni Settanta ci sembra assolutamente
centrale per capire cosa è accaduto alla nostra Associazione
in seguito, e soprattutto nel corso degli anni Ottanta e Novanta,
quando negli ambienti intellettuali e politici che fanno riferimento
al «Mulino», prendono forma due fatti decisivi: il progressivo
assorbimento delle posizioni di «terza forza» liberal-socialista
da parte del Pci, poi Pds (si pensi al fenomeno della sinistra indipendente)
da un lato e, dallaltro, la circostanza che tutto il complesso
retaggio del cattolicesimo politico viene via via schiacciato sulle
posizioni della sinistra democristiana. La presenza, tra noi, di
alcune individualità intellettuali di grande prestigio vicine
al partito socialista non ci sembra alterare il quadro dinsieme.
«Il Mulino» si allontana così
sempre di più da una prospettiva di centrosinistra (siamo
ormai allepoca del cosiddetto «Caf», nellultima
fase dellavventura politica di Craxi) mentre il problema di
una sua collocazione indipendente si trova a non avere più
ragione dessere, dal momento che il mutamento del vecchio
«arco democratico» nel nuovo «arco costituzionale»,
inclusivo del Partito comunista, ha eliminato ogni senso possibile
ed ogni necessità di stabilire la propria indipendenza prendendo
le distanze da una qualche sinistra e lunica cosa che conta
è lantifascismo. Nella nuova stagione «il Mulino»
trova la sua nuova grande battaglia riformatrice nella lotta per
una legge elettorale maggioritaria. Una battaglia che, tra laltro,
ha il grande pregio di potere tenere insieme biografie, sensibilità
e culture politiche anche molto diverse.
Lavvento del bipolarismo
A noi, però, sembra che proprio il successo
della prospettiva maggioritaria sia stato per «il Mulino»
la premessa di una situazione nuova e potenzialmente carica di contraddizioni.
Il bipolarismo, infatti, determina in breve nella vita pubblica
del Paese la scomparsa di uno «spazio centrale» virtualmente
occupabile (e occupato) da tutti gli attori politici significativi
(il cosiddetto arco costituzionale): quello spazio centrale che
era stato di fatto lo spazio in cui «il Mulino» era
abituato a muoversi e che aveva reso possibile il pluralismo al
suo interno; che era sì un pluralismo effettivo ma, per così
dire, un pluralismo tra diversi i quali si riconoscevano reciprocamente
una caratteristica di sostanziale omogeneità. A ben vedere,
con la fine dellarco costituzionale e lavvento del bipolarismo
si passa bruscamente da una situazione in cui il problema di una
collocazione indipendente si era venuta progressivamente stemperando
nellinnocua ovvietà dellantifascismo, ad unaltra,
completamente diversa, nella quale, invece, quel problema si è
riproposto nella sua più stringente ultimatività.
Il bipolarismo determinava per giunta lemergere di uno stabile
e potente polo di destra, progressivamente in grado di candidarsi
alla guida del Paese, il quale polo era, però, fin dallinizio
(per ragioni che qui è inutile analizzare) espulso da quella
comune appartenenza definita dallarco costituzionale, o comunque
sentito come radicalmente incongruo se non addirittura estraneo
rispetto ad esso.
Insomma, il panorama tradizionale, politico e ideologico,
in cui si è fin qui mossa la storia culturale del «Mulino»
appare interamente sconvolto.
Con una conseguenza soprattutto che ci sembra particolarmente
grave: se la nostra Associazione obbedisce alla naturale «deriva»
cui la sua vicenda come fin qui descritta sembra destinarla, essa,
crediamo, è inevitabilmente avviata a diventare «parte»;
quindi avviata a perdere la sua caratteristica costitutiva di luogo
di incontro di diversità. Il che non solo rappresenterebbe
oggettivamente un grave problema di immagine per lAssociazione
ma, soprattutto, comporterebbe, in prospettiva, con il mancato afflusso
di energie politicamente non omogenee al centrosinistra, un netto
impoverimento, un venir meno del tradizionale carattere profondamente
dialettico della vita associativa. E comporterebbe da ultimo, forse,
anche una perdita di influenza del «Mulino» nella società
italiana.
Il quesito che ci poniamo è, allora, il seguente:
come può tutelare la propria indipendenza nelle mutate condizioni
politiche, unistituzione culturale, la cui vocazione non è
certo quella di chiudersi nella torre davorio, ma di continuare
a partecipare alle vicende pubbliche del Paese? È possibile
garantirsi quel bene prezioso che è lindipendenza (e
unimmagine indipendente), anche in un sistema bipolare, fondato
sulla dura e permanente competizione fra due coalizioni?
In Italia esistono diverse istituzioni culturali
affini al centrosinistra, o alluna o allaltra delle
anime in cui il centrosinistra si articola (ultima nata, se non
sbagliamo, è la Fondazione «ItalianiEuropei»
che fa capo a Massimo DAlema e Giuliano Amato). Ora che è
nato un polo di destra, cominciano a muovere i primi passi anche
gruppi e istituzioni, peraltro ancora gracili, di quellarea
(Ideazione, Fondazione Liberal nella sua ultima incarnazione). Queste
istituzioni non sono, e non vogliono nemmeno essere, «pluralistiche»:
il loro compito, la loro funzione, è di contribuire, per
quel che sanno e possono, ad articolare punti di vista, analisi
e proposte a beneficio, rispettivamente, della sinistra e della
destra. Rappresentano, per così dire, la «ricaduta»
sul piano culturale del passaggio a una condizione di stabile competizione
fra sinistra e destra. Questo, daltra parte, è leffetto
più probabile e più frequente del bipolarismo sulle
istituzioni culturali: esse vanno a dividersi fra istituzioni collocate
nellarea di destra e istituzioni collocate nellarea
di sinistra.
Ebbene, noi crediamo che solo «il Mulino»,
in virtù delle sue tradizioni, possa sfuggire a questa regola,
a questo destino. Noi crediamo che solo «il Mulino»
possa, se lo vuole, sottrarsi alla logica, per tutti gli altri inesorabile,
del bipolarismo. Nessunaltra istituzione culturale in Italia,
ci sembra, è in grado di farlo.
Noi pensiamo a un «Mulino» che, unica
istituzione in tutto il panorama italiano, sia luogo di pluralismo
autentico ove le diverse, e anche opposte, interpretazioni della
realtà italiana e internazionale, nonché le diverse,
e anche opposte, proposte di soluzione dei problemi più rilevanti
della nostra vita pubblica, abbiano uguale diritto di cittadinanza,
possano essere messe a confronto su un piano di autentica parità.
Tanto la sinistra quanto la destra, anche a causa dello stato oggi
assai misero delle loro culture politiche, trarrebbero sicuro giovamento
dal trovare un autorevole interlocutore in un «Mulino»
che, assicurando pari dignità alle diverse opzioni politico-culturali,
si imponesse come autentica «zona franca», come luogo
immune dalle inevitabili logiche parziali e dagli altrettanto inevitabili
conformismi di parte, che in ogni altro ambiente sono per forza
largamente presenti se non prevalenti.
Per indicare in concreto che cosa potrebbe fare,
a quali temi potrebbe dedicarsi, un «Mulino» indirizzato
sulla via da noi auspicata, abbiamo suggerito che lAssociazione
dedichi nel prossimo futuro tempo ed energie, allinsegna del
massimo pluralismo dei giudizi, ad alcuni grandi filoni di riflessione
e di discussione: dalla questione della prima parte della Costituzione
italiana a quella del thatcherismo inteso come prima vera presa
datto nellEuropa degli anni Ottanta di quella crisi
dello Stato sociale che da allora condiziona le strategie di tutti
gli attori politici europei, dalla questione del revisionismo storiografico
(si pensi al tema dellantifascismo) e delluso politico
della storia, a quella del multiculturalismo, tema-chiave per la
società italiana ed europea da affrontare, secondo noi, senza
pregiudiziali concessioni al politicamente corretto.
Sono solo esempi naturalmente. Molte altre iniziative,
in grado di suscitare nel Paese un interesse, per così dire,
«trasversale», si possono immaginare [2].
Purché si voglia perseguire un obiettivo ambizioso e difficile:
tentare di influenzare con il massimo possibile di efficacia il
dibattito pubblico, assicurandosi contemporaneamente il massimo
possibile di indipendenza dai contrapposti schieramenti.
Una proposta
Non siamo così ingenui da non sapere
che ciò che proponiamo è difficile. Anche a causa
delle difficoltà che incontra il giovanissimo bipolarismo
italiano. Difficoltà che al momento appaiono così
gravi da fare persino dubitare che il bipolarismo possa stabilizzarsi
e durare. Ogni giorno le contrapposte tifoserie politiche si gettano
reciprocamente in faccia, e ricordano così a tutti noi, le
cause di queste difficoltà. La sinistra ha buon gioco nello
stigmatizzare il ruolo del premier/imprenditore, il conflitto di
interessi, il controllo sui mass media, ecc. La destra, a sua volta,
ha buon gioco nello stigmatizzare certi effetti perversi della convergenza
fra sinistra politica e sinistra giudiziaria, le indulgenze dellopposizione
per lestremismo di taluni gruppi di intellettuali, ecc.
Ne deriva una situazione di delegittimazione
incrociata: se gli uni accusano gli altri di essere rimasti al fondo
«comunisti», gli altri lanciano lallarme sulla
«emergenza democratica» e sul pericolo di un imminente
fascismo. Siamo nel bel mezzo di una specie di «guerra civile»
verbale che ha però avuto il sanguinoso contraccolpo ammonitore
di un ritorno di fiamma del terrorismo, costato la vita a un nostro
coraggioso collega, a Marco Biagi.
È chiaro che ciò che noi proponiamo
al «Mulino» ha un senso e può essere raccolto
solo se si condivide il nostro sentimento di estraneità rispetto
a questa guerra, la nostra indisponibilità a prendervi parte.
La nostra è infatti la proposta, come già si è
detto, di preservare saldamente, con gli adattamenti imposti dal
gioco maggioritario, una «zona intellettuale franca»,
in grado di tenersi a distanza dalla faziosità esasperata,
dalla politicizzazione incattivita, dalla stucchevole ed esagitata
propaganda (che non cessa di essere tale se a farsene banditori/imbonitori
sono persone che, per il mestiere di provenienza, vengono etichettate
come «intellettuali»).
Laria che si respira nel Paese, apparentemente,
non aiuta la nostra proposta. È tuttavia vero che quanto
più si incanaglisce la vita pubblica, tanto più cè
bisogno di istituzioni che sappiano parlare al Paese (a tutto il
Paese) con serenità e autorevolezza.
Perché ciò accada, occorre in
primo luogo che «il Mulino» riesca a tenere fuori dalla
propria porta i veleni che scorrono nel Paese, che riesca, come
è nella sua tradizione, a non lasciare spazio alla faziosità
nei suoi dibattiti interni [3].
Occorre, in secondo luogo, che affronti creativamente, come abbiamo
qui voluto suggerire, la sfida rappresentata dal cambiamento del
nostro contesto politico. Crediamo fermamente che se lo farà
si troverà ad essere, anche nella nuova stagione, quellunica,
inimitabile, specialissima istituzione che è stato nel cinquantennio
passato e che tanto ha rappresentato per tutti noi e per il Paese.
n o t e
[1] Larticolo
di Nicola Matteucci è stato pubblicato su «Storia contemporanea»,
n. 2/2001, pp. 129-132; la relazione di Luigi
Pedrazzi al convegno Lo spazio dellopinione del 2 giugno
2001 può essere scaricata dal sito internet della rivista
«il Mulino».
[2] In
sede di dibattito entro lAssociazione altri soci hanno indicato
anche altri temi di discussione. Per esempio, la giustizia. Effettivamente,
come le cronache ogni giorno, da oltre un decennio, ci ricordano,
quello della giustizia è un tema cruciale e condividiamo
quindi lauspicio che se ne possa discutere entro «il
Mulino», senza tabù, con quella libertà di giudizio
e con quello spirito di tolleranza che sono nella sua tradizione.
Assai opportunamente, entro lAssociazione, si è recentemente
attivato un gruppo di lavoro con lo scopo di approfondire questa
complessa tematica.
[3] Essendo
il clima nel Paese così brutto era forse inevitabile che
qualche veleno si insinuasse anche dentro una istituzione come «il
Mulino». Ci riferiamo alle sgradevoli polemiche, alimentate
da certi organi di stampa, che qualche mese fa hanno accompagnato
la nostra iniziativa (e che ora, con questo articolo, abbiamo voluto
rendere pubblica). Accadde infatti che mentre la quasi totalità
dei soci accolse nel modo giusto i nostri argomenti, facendone oggetto
di dibattito nelle sedi appropriate, alcuni, pochi, reagirono in
tuttaltra maniera, scelsero la via della drammatizzazione,
scelsero di politicizzare la discussione in modo, secondo noi, esasperato
e improprio. E così, i documenti redatti, che dovevano rimanere
riservati, finirono nelle mani di una certa stampa appositamente
imbeccata, accompagnati da commenti malevoli a proposito di una
supposta (e del tutto inventata) «manovra della destra»
per impadronirsi del «Mulino». Cosa più grave
ancora, in violazione delle consuetudini del «Mulino»
che da sempre prescrivono che le riunioni dellAssociazione
non siano aperte alla stampa e siano dunque protette dalla riservatezza,
al termine della assemblea del 2 febbraio, alcuni si precipitarono
a raccontare la loro versione della discussione ai giornalisti in
attesa. Un po come accade in quelle riunioni di partito a
porte chiuse, dove, ad un certo punto, un politico esce dalla stanza
per dare al cronista una versione dellandamento della discussione
volta a screditare qualche avversario interno di partito. Non vogliamo
attribuire a questo episodio di malcostume più importanza
di quanta meriti. Lo citiamo perché esso prova, secondo noi,
la fondatezza del nostro argomento principale: il fatto che, come
tante altre istituzioni del Paese, anche «il Mulino»
non ha ancora fatto pienamente i suoi conti con la nuova realtà
del bipolarismo e della democrazia maggioritaria e forse deve anche,
almeno in parte, riscrivere, alla luce di tale realtà, alcune
delle regole che presiedono alla sua convivenza interna. Fortunatamente,
esso può trovare nella sua tradizione ottimi antidoti contro
questo genere di veleni.
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