Indossando di volta in volta i panni dell'avidità, della cupidigia,
dell'usura, della concupiscenza, della taccagneria o della grettezza, la
vocazione camaleontica dell'avarizia è tale che essa può talvolta assumere anche
le sembianze della virtù. E' il vizio più "economico" dei sette ed è
un economista ad indagare le ragioni per le quali nel corso del tempo, a
partire dalla tarda antichità, esso sia andato soggetto ad una pluralità di
slittamenti semantici, secondo un'alternanza che non trova riscontro in nessuno
degli altri vizi capitali. Da radice di tutti i mali e quindi primo dei vizi,
l'avarizia diverrà seconda alla superbia durante l'alto Medioevo, per ritornare
al primo posto all'epoca della Rivoluzione commerciale, e trasformarsi poi
nell'Umanesimo civile - con un altro mutamento di prospettiva - in impulso alla
prosperità. Nell'ultimo quarto di secolo, l'avarizia è tornata ad essere vizio,
quello che più di ogni altro è cresciuto in maniera spettacolare. L'avaro di
oggi è posseduto dalle cose, accumula e conserva ma non usa, possiede ma non
condivide. La sua infelicità è un fallimento della volontà o della ragione?
Stefano Zamagni insegna Economia politica nell'Università di Bologna e
alla Johns Hopkins University di Bologna. E' presidente dell'Agenzia per le
Onlus. Tra le sue pubblicazioni per il Mulino "Economia civile" (con
L. Bruni, 2004), "Teoria economica e relazioni interpersonali" (con
P.L. Sacco, 2006), "La cooperazione" (con V. Zamagni, 2008),
"Laicità e relativismo nella società post-secolare" (con A.
Guarnieri, 2009).