Sono stato fascista a Salò: l'inattesa, liberatoria
confessione di un grande storico antifascista.
Roberto Vivarelli è uno dei più illustri e rispettati storici
dell'Italia contemporanea; studioso del fascismo, è vicino idealmente
all'ambiente del settimanale "Il Mondo" e di Gaetano Salvemini. Per
decenni Vivarelli ha accantonato la memoria imbarazzata di un momento cruciale
della propria vita: quando, quindicenne, parteggiò per la Repubblica di Salò
combattendo nelle Brigate Nere. Ora, dopo oltre cinquant'anni, egli racconta
per la prima volta, con partecipazione ma anche con stupefacente lucidità, la
sua esperienza di repubblichino adolescente. "Sono figlio di un morto
ammazzato": è questa la "confessione" che dà avvio al libro; il
padre di Vivarelli, fascista e volontario in guerra, è ucciso dai partigiani
jugoslavi nel 1942. Alla caduta del fascismo e dopo l'8 settembre 1943, rimanere
fascisti per i due figli sarà anche una questione di fedeltà all'ombra paterna,
ai valori patriottici che egli aveva visto incarnati nel fascismo. Il
primogenito, sedicenne, s'arruola subito nella Decima Mas; Roberto, che ha
quattordici anni, solo nell'estate del 1944, a Milano, ottiene di entrare nelle
Brigate Nere, e si trova a vivere i mesi della guerra civile fra attentati
gappisti e rastrellamenti antipartigiani. Infine riesce a partire per il
fronte, ma è l'11 aprile 1945 e il fronte è Bologna. Fascista fino all'ultima
ora, armi in pugno fino a Como, dal 1948 Vivarelli avvierà una propria
"ricostruzione" culturale e politica approdando all'antifascismo più
netto. Ma solo dopo mezzo secolo, scrivendo queste pagine, riuscirà a far combaciare
le stagioni della propria vita e a vedere il filo unitario che le lega.
Roberto Vivarelli
(nato nel 1929) insegna Storia contemporanea nella Scuola Normale Superiore di
Pisa. Con il Mulino ha pubblicato "Il fallimento del liberalismo. Studi
sulle origini del fascismo" (1981) e "Storia delle origini del
fascismo" (2 voll., 1991).