Marco Zatterin
Il gigante del Nilo
Storia e avventure del grande Belzoni
| Un brano dal testo |
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Capitolo XII , La sfida impossibile, pagg. 177 e ss.
Ricominciamo. Per 4.500 anni gli uomini avevano creduto
che la seconda delle tre grandi piramidi di Giza fosse una
costruzione priva di un’entrata e di una camera mortuaria, un
edificio massiccio di pietra concepito per testimoniare la potenza
di un faraone del passato. Erodoto aveva scritto che nel grande
monumento non vi erano vani sotterranei, e la maggior parte
degli storici e dei viaggiatori venuti dopo di lui non s’era curata
di mettere in dubbio le sue affermazioni. Comportandosi come
chi, non riuscendo a trovare la risposta a una domanda, nega
che essa ne abbia una, tutti gli europei giunti alla vista dell’immenso
mausoleo di Chefren avevano accolto senza esitazione la
tesi elaborata dall’erudito di Alicarnasso.
[...]
Tutto ciò si scontrava col sospetto generato negli arabi
dalla tradizione orale secondo cui la seconda piramide era stata
un tempo aperta e poi richiusa. Il primo a registrare queste voci
fu il colonnello Grobert in uno scritto del 1801. Non era troppo persuaso: alle sue orecchie, come a quelle di molti altri, era un
mito da Mille e una notte.
Dei misteri e dei segreti delle piramidi si parlava molto nei
quartieri alti del Cairo. L’enigma del monumento fatto innalzare
da Chefren, il Troici lapidis mons come lo chiamò Sir Richard
Francis Burton, stuzzicava la fantasia di scienziati e avventurieri
per i quali costituiva una irresistibile sfida. Ci avevano provato
anche Salt e Caviglia (che nei Viaggi è chiamato Cabillia), per
sedici settimane impegnati a lottare con la sabbia ammassata sulla
facciata nord. «Pochi mesi prima» riferisce Belzoni «alcuni franchi
dimoranti in Egitto avevano formato il progetto di intraprendere
nuovi scavamenti e d’aprire presso le corti una sottoscrizione
di circa ventimila sterline per le spese di un nuovo tentativo
di penetrare nella piramide, sia per mezzo delle mine che per
altri modi. Erasi discusso lungamente sull’onore di dirigerne i
lavori ed era stato stabilito che il signor Drovetti sarebbe stato
alla testa dell’impresa». Il piano fallì prima di cominciare e il
sospetto che Erodoto avesse ragione continuò a ronzare fragorosamente
negli ambienti occidentali. Molti fra i protoarcheologi
preferivano puntare su obiettivi considerati più facili, Tebe e le
altre città del Nilo, ma per Giovanni l’incerto esito era soltanto
un richiamo in più.
[...]
Durante una delle gite nelle fresche serate di inizio gennaio,
mentre conduceva a Giza il maggiore Edward Moore (che più
tardi sarebbe divenuto membro della Society of Antiquaries),
Giovanni si fermò per la prima volta a ragionare concretamente
sul mistero della seconda piramide. «Giunti assieme sulla sommità
della prima [piramide] gli esposi le diverse opinioni che gli eruditi
pronunciarono sulla seconda e gli espressi la mia meraviglia come
dessa non fosse stata ancora aperta». Qualche giorno più tardi,
mentre due europei che aveva accompagnato erano nel mausoleo
di Cheope, il padovano fece il giro della seconda piramide, e poi
si sedette all’ombra dei resti di un tempio a est del monumento. «Stetti considerando questo masso enorme il quale da tanti
secoli fu causa di innumerevoli congetture di ogni genere, tanto
più ancora in quanto che li sacerdoti egiziani avevano assicurato
Erodoto, falsamente siccome vedrassi, che questa piramide non
capiva alcuna camera».
«Ero tormentato da questa idea» sintetizza Belzoni che si
mise senza altri indugi al lavoro. Cominciò a esaminare la parete
meridionale, dove non emersero indizi significativi. Su quella
settentrionale, invece, l’occhio esperto osservò «tre segni che
m’incoraggiarono a fare una prova onde vedere se potessi scoprirne
l’entrata». Il confronto con l’altra piramide, a cui si accedeva
pure dal lato nord, lo convinse della fondatezza di quanto stava
immaginando. Aveva notato che l’ammasso dei materiali caduti e
accumulati da quella parte era più alto rispetto all’entrata della
prima piramide, e che i detriti non erano così compatti come
altrove. Il passaggio doveva essere lì, e Giovanni si sorprese della
facilità con cui era riuscito a intuirne l’esistenza, meravigliandosi
che «si potesse disperare di trovarlo prima che si fosse scavato il
solo luogo nel quale potevasi supporre ragionevolmente un’entrata,
se pure ve ne era una». Era stata una questione rapida. Si ricongiunse
ai compagni, visitò la grande sfinge, e tornò al Cairo. Ma
il giorno dopo era di nuovo immerso nello studio delle pietre di
Chefren, «senza comunicare a nessuno le mie idee che avrebbero
eccitato molta sensazione nei franchi del Cairo, cosa che avrebbe
potuto cagionare alcuni ostacoli al mio progetto».
Il gigante padovano aveva capito che in certi frangenti non
fidarsi è meglio. Per ottenere il firmano necessario, in assenza del
pascià, si presentò di persona al vice del reggente che conosceva
dai giorni di Shubra. Fu fortunato. Il kakiabey non fece alcuna
obiezione, se non per invitare al rispetto dei terreni coltivati e a non danneggiare il lavoro degli agricoltori. Yanni d’Athanasi,
che accompagnò Belzoni come interprete, completa il racconto.
Il padovano – afferma – gli aveva chiesto di dire al turco che,
in quanto intimo amico di Salt, desiderava scavare intorno alla
piramide. Il greco fece di testa sua e abbassò il tiro. Spiegò che
erano due agenti del console britannico che intendevano fare
qualche piccolo rilievo intorno al monumento. Il permesso fu
concesso, ma Giovanni non avrebbe certo preso a cuor leggero
la definizione che il suo accompagnatore aveva dato di lui.
L’unico a conoscere le sue intenzioni era il signor Walmass,
socio armeno (il suo nome era probabilmente Valmas) del banchiere
Briggs, scelta legata all’esigenza di ottenere finanziamenti.
Dopo aver annunciato ai conoscenti che intendeva visitare il
monte Muqattam, Giovanni partì senza far rumore, con una
piccola tenda e quel po’ di viveri che gli avrebbero permesso di
non dover tornare di continuo al Cairo. In tasca aveva duecento
sterline, risultato della vendita di alcune antichità al de Forbin. Era
una somma relativamente modesta con cui, confessa il padovano,
«bisognava terminare l’opera, o sospenderla e lasciare ad altri il
lieve merito di ridurla a termine con poca spesa».
Il 2 febbraio 1818 mise quaranta uomini a lavorare nello
stretto spazio fra la piramide e i resti del tempio sul lato orientale.
Altrettanti fellah furono impiegati negli scavi sulla parete
settentrionale. Gli operai erano pagati una piastra al giorno,
mentre la metà della somma era riservata a un gruppo di «fanciulli
d’ambo i sessi» destinati al trasporto della sabbia. L’intero
meccanismo era di quando in quando oliato con piccoli doni e
mance ai più operosi. Belzoni dirigeva il cantiere con consumata
abilità. E quando l’entusiasmo gli pareva venir meno ricordava
agli scavatori che, una volta trovato l’accesso, avrebbero potuto
guadagnare bakshish in abbondanza dai turisti.
«Parecchi giorni furono consumati in quei lavori senza la
menoma apparenza d’alcun ritrovamento». Sul lato nord i detriti
risultarono essere così solidi e compatti che i picconi dei
fellah facevano fatica persino a scalfirli: Giovanni immaginò che
dovesse essere colpa della rugiada che nei mesi invernali aveva
sciolto la calce posta in cima alla piramide facendola scivolare
verso la base sino a creare un «assieme infrangibile». Dal fronte
orientale emerse la parte inferiore di un grande tempio funerario
posto all’imbocco della rampa processionale che conduceva alla
sfinge. Belzoni conferma qui le sue doti innate di egittologo: «A me sembra che la sfinge, la piramide e il tempio siano stati
innalzati tutti e tre in una volta giacché sembra essere sopra una
stessa linea e della medesima antichità». Nonostante le inevitabili
dispute del caso, è questa la teoria che gli studiosi più eminenti
hanno in seguito riconosciuto.
La prima scoperta si ebbe dopo sedici giorni di lavoro, il 18
febbraio, quando un operaio osservò una fessura fra due pietre
a circa otto metri e mezzo di altezza sulla facciata nord. I fellah
s’infiammarono in fretta, eppure Giovanni si accorse presto che
quello non poteva essere l’ingresso della piramide, anche se sperava
potesse condurlo al vero accesso. In effetti si trattava di un
cunicolo scavato dai ladri, uno stretto corridoio dall’andamento
discendente che, oltre un pozzo verticale, risaliva e conduceva
al camminamento principale. Gli operai impiegarono sei giorni
per arrivare nel cuore della piramide, «in una cavità molto vasta
su cui non riuscii a formare alcuna congettura». Ma il vero
problema erano la fragilità della struttura e i continui crolli. Uno
dei fellah fu quasi schiacciato da un masso enorme caduto dalla
volta. Giovanni decise di chiudere il cantiere, anche se questo
non voleva dire che l’impresa fosse da considerarsi conclusa.
Agli «arabi» fu concesso un giorno di riposo che il padovano
impiegò per studiare la prima piramide. Continuava a essere certo
che la chiave del mistero fosse nel confronto fra i due monumenti.
Nel mausoleo di Cheope, notò, «l’entrata è lontana dal mezzo
della facciata nella proporzione della distanza che v’è fra il centro
della camera e la sua parete orientale». Ne conseguì che l’ingresso
non potesse essere dove lo aveva cercato, ma «trenta piedi più
a oriente», e più in alto sul lato settentrionale. La supposizione
fu confermata dalla presenza di pietre e calce meno compatte
che nel resto della parete. «Combinando le due circostanze, la
qualità poco compatta del terreno, qualità che m’aveva servito di
guida negli scavamenti che aveva fatti in Tebe, e poi la direzione
del passaggio della prima piramide, tornai a por mano al lavoro
con nuovo ardore».
Mentre i picconi riprendevano a sfidare la pietra che nel
punto indicato era «tenera come nel primo scavamento», la notizia
del tentativo di Belzoni si era diffusa al Cairo e il padovano
cominciò a ricevere numerosi visitatori, curiosi di vedere come
andavano le cose. L’abate de Forbin, cugino del conte, esplorò il
corridoio dei ladri con gran disagio e si risollevò solo quando gli
fu offerta una abbondante tazza di tè sotto la tenda alle pendici della piramide. Verso la fine del mese spuntò il cavaliere Frediani
che ritornava dalla seconda cateratta. Giovanni lo salutò con piacere,
pensava che l’italiano avrebbe potuto essere un testimone
imparziale della sua opera.
A questo punto della vicenda, gli operai erano certi che il
gigante padovano fosse matto, lo chiamavano magnoun (nei Viaggi
è scritto magnoon) e lui li lasciava fare. Il 28 febbraio fu portato
alla luce un primo masso inclinato secondo una pendenza analoga
a quella del corridoio della prima piramide a un’altezza di oltre
dodici metri sul fianco dell’edificio. Il giorno successivo furono
osservate tre grosse pietre in posizione diversa dalle altre – due
poste a sostegno della terza – ancora coerenti con l’inclinazione
che ci si attendeva. Il clima era di generale eccitazione. Frediani
rinviò la partenza per Il Cairo. Gli operai esultavano, il magnoun
era diventato il loro eroe. Giovanni non credeva ai propri occhi.
Quando il 2 marzo giunsero al «vero ingresso» esplose l’entusiasmo
di tutti. Frediani era così felice che passò «la miglior notte»
della sua vita sulla cima del monumento. In meno di un mese
Belzoni era riuscito a fare quello su cui per secoli altri viaggiatori
avevano soltanto fantasticato.
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