Giacomo Todeschini
Visibilmente crudeli
Malviventi, persone sospette e gente qualunque dal Medioevo all'età moderna

Un brano dal testo

Introduzione, pagg. 7 e ss.

Lo studio delle logiche di formazione del mercato moderno porta a concludere che esso, nella sua configurazione europea, ha avuto profonde radici rituali e religiose. Fu in conseguenza di questa sua origine culturalmente complessa che il «mercato», come forma storica dell’organizzazione sociale, venne, per secoli, includendo e legittimando soprattutto quanti facevano parte del popolo dei «fedeli»: tutti coloro, cioè, che erano considerati affidabili sia in senso confessionale, sia in senso giuridico. Più si avanza nello studio dei testi economici e teologici che consentono l’analisi dei rapporti fra religione ed economia, più appare chiaro che la modernizzazione europea fu accompagnata da un progressivo aumento dei criteri di esclusione dal mercato e dalla società. Le logiche della disuguaglianza sociale, economica e culturale, d’altronde, vennero espresse in modi molto vari dai teologi, dai giuristi e da chi si occupava di economia o di governo. Il «mercato» come specchio della società giunse quindi ad assumere, gradualmente, la fondamentale ambiguità che ancora oggi lo caratterizza. Mentre, infatti, esso, inteso come realtà astratta e globale, sembra attrarre e includere la totalità della popolazione esistente, in realtà ne esclude gran parte, stabilendo molteplici gerarchie economiche, culturali, cognitive, fra le persone che possono o non possono accedere alle diverse forme di ricchezza che i vari paesi producono.
Uno degli effetti più evidenti del moltiplicarsi medievale, moderno e, poi, contemporaneo delle differenze fra le persone, ossia dello squilibrio fra le possibilità delle persone di partecipare pienamente alla vita della società e del mercato, è stato costituito dalla consapevolezza crescente, di quanti componevano la maggioranza, di godere, in quanto soggetti «svalutati», di diritti solo parzialmente reali e concreti. Tale consapevolezza ha caratterizzato, in misura variabile, l’anonimato di quanti hanno costituito, per secoli, ciò che oggi viene chiamato «massa». La «massa» odierna è in effetti composta prima di tutto dalle schiere senza nome di quanti, denominati pauperes in epoca medievale e moderna, fra Otto e Novecento furono poi definiti diseredati o proletariato (o sottoproletariato). Essa, però, è anche fatta della maggior parte di coloro che, cittadini eredi a tutti gli effetti di un mito di cittadinanza (concivilitas) già medievale, dal chiuso del loro spazio privato, li osservano arrancare sulla superficie del mondo nel riquadro televisivo, cinematografico, o della pagina giornalistica. Questi spettatori sono tuttavia ben consapevoli del fatto che il ruolo della vittima e quello dell’osservatore medio sono ormai intercambiabili: si tratta di una cognizione acquisita e diffusa, basata sostanzialmente sulla divulgata constatazione della fragilità delle condizioni e dell’identità sociale di chi fa parte della maggioranza dei meno privilegiati. Variando qualche dato economico e politico, è facile passare dal di qua al di là del quadro, e dunque cadere dentro lo schermo che, di giorno in giorno, rimanda, diminuita nelle dimensioni e nel senso, l’immagine di popoli senza diritti, perpetuamente migranti, accampati sull’orlo di paradisi straordinariamente simili a supermercati. Una minoranza di «protagonisti», ricchi prima di tutto di quella che per secoli si è chiamata fama o anche dignitas, fronteggia, comunque, tanto la massa innominata delle vittime che migrano, che lavorano minorenni nelle miniere o nelle fabbriche, che muoiono di fame e di malattia, che vengono sterminate in guerre che le sovrastano, quanto la massa di quelli che assistono impotenti a queste stragi e devono contentarsi della propria compassione, oltre che della speranza di non finire come i «sommersi» di cui leggono e vedono sbandierate le disperate peripezie e la vergogna sulla carta, sugli schermi e nelle fotografie.


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