Paolo Macry
Gli ultimi giorni
Stati che crollano nell'Europa del Novecento

 Un brano dal testo

Considerazioni. La storia fuori controllo?, pagg. 257-260

Tra la fine del Novecento e questo inizio di secolo, dopo la lunga stabilità geopolitica imposta dalla guerra fredda, gli occidentali sembrano riscoprire la dimensione dell’incertezza e la paura del futuro. In un arco di tempo relativamente breve, del resto, si sono succeduti eventi traumatici come la caduta del Muro, grandi conflitti etnici, l’esplosione del terrorismo internazionale, le crisi finanziarie. Ma forse non si tratta soltanto di questo.
Negli ultimi due secoli le opinioni pubbliche hanno vissuto altre crisi politiche o sociali. Dalle teste mozze di Luigi e Maria Antonietta alle classes dangereuses ottocentesche, dalle trincee del ’14-18 alla rivoluzione comunista, gli annali dell’Occidente sono pieni di segnali ansiogeni. Nel 1926 sarebbe bastata la satira radiofonica di un’immaginaria rivolta operaia, Broadcasting from the Barricades, per scatenare il panico tra gli inglesi. Durante la lunga stagione del predominio atlantico, tuttavia, insicurezze e paure non avevano neppure scalfito convincimenti baldanzosi di segno opposto, l’idea del progresso, la civilizzazione delle terre coloniali, il messianesimo americano. Erano state parentesi di riflusso all’interno di un cammino ottimistico.
Oggi il fenomeno cambia di segno. Sebbene non manchino motivi di preoccupazione legati a concreti punti di crisi interna e internazionale, l’inquietudine assume linguaggi generali, astratti, forse immaginari e finisce per riguardare l’esaurirsi del ruolo politico e culturale lungamente svolto dall’Occidente, il venir meno della sua egemonia, la perdita di prestigio morale. Sentimenti che ricordano la sofferta cultura europea tra Otto e Novecento, gli umori nietzschiani, le profezie di Oswald Spengler. Tutto sembra indicare una prognosi sfavorevole per il mondo atlantico, dalla crisi energetica e ambientale fino alla prospettiva – agitata nel 1993 da Samuel Huntington – del grande conflitto strategico tra the West and the Rest, l’Occidente e gli stati islamico-confuciani. «È impossibile dire quanto durerà l’attuale superiorità americana», ha scritto Eric Hobsbawm, ma «l’unica cosa di cui siamo assolutamente certi è che sarà un fenomeno storicamente transitorio». Una tautologia che illustra bene il passaggio dalla tradizionale cultura progressista all’odierno sentimento del declino.
E non stupisce che soprattutto nel vecchio continente le concrete crisi geopolitiche si tramutino nella percezione, non di rado nebbiosa, di tendenze profonde, lunghe e sfavorevoli. Quel che l’anima storicistica degli europei sembra avvertire è il tramonto di un ciclo iniziato un paio di secoli fa e caratterizzato dal modello di vaste comunità politiche, governate da forti poteri centrali, culturalmente coese, circondate da intoccabili confini materiali e immateriali. In una parola, lo stato nazionale, l’idealtipo più fortunato tra quelli proposti dall’Europa al resto del mondo.
Sconfitto nella sua ipertrofica versione totalitaria e poi ridimensionato dalla logica imperiale della guerra fredda, lo stato nazionale ha fatto registrare, nel tardo Novecento, importanti processi – al tempo stesso – di disaggregazione e di aggregazione. Informali «stati-regione» a carattere economico, come il Reno settentrionale, il Galles o il polo Rodano-Alpi, si sono sovrapposti ai confini politici degli stati e all’idea di interesse nazionale, producendo talvolta movimenti autonomistici o secessionisti, mentre, per parte sua, il collasso sovietico favoriva il ritorno dei nazionalismi e della violenza etnica. Contemporaneamente, gli stati nazionali venivano indeboliti dalla devoluzione di prerogative all’Unione europea e dai processi di globalizzazione. Giocati ora sulla riduzione, ora sull’aumento di scala di quella forma di polity, simili fenomeni sono apparsi come l’annuncio della crisi epocale di un quadro di appartenenze culturali e politiche a lungo considerate poco meno che implicite.
Ovviamente, la pretesa di scrutare nel futuro è opinabile. Le variabili sono troppe per essere comprese in un modello teorico che trasformi l’analisi in previsione, ed esiste sempre la possibilità che, a scompaginare le attese, faccia la sua comparsa il cigno nero, l’imprevisto. È inutile ricordare i grossolani errori di prospettiva che furono commessi da studiosi e osservatori politici all’indomani del 1989.
Esiste tuttavia un metodo classico per chi voglia esercitarsi con la sfera di cristallo. Non il fragile probabilismo, né le antiche pratiche della mantica, dadi, tavolette, sogni, ma la storia. O meglio, una storia sui generis, una sorta di divinazione retrospettiva: quel che non è dato sapere del futuro, diventa possibile ricorrendo al passato e alla sua presunta capacità di determinare il nostro mondo e dunque anche il mondo dei nostri figli. Ho già accennato al problema, discutendo gli studi che interpretano la fine degli imperi all’interno di processi più o meno remoti di decadenza. Ma qualcosa di simile sembra accadere oggi: il pessimismo europeo e occidentale è una resa senza condizioni alle onde onnipotenti di Clio. Anche il cammino plurisecolare della civiltà atlantica appare destinato a terminare sul piano inclinato della storia.
A metà Novecento gli studi mostrarono grande interesse per quei processi strutturali – ambiente fisico, mentalità, fenomeni economici – che si costruiscono nell’arco di periodi più o meno immemorabili. Negli anni Cinquanta, era stato Fernand Braudel a mettere assieme i concetti di lungo periodo e di struttura: «una struttura è […] una realtà che il tempo stenta a logorare e che porta con sé molto a lungo», aveva scritto. E, al di là delle intenzioni, l’approccio rifletteva un Occidente al suo zenit, che sembrava sì disposto a liberarsi da ogni etnocentrismo, ma poi, proprio sulla lenta e irresistibile costruzione di quelle strutture, finiva per edificare il monumento al suo epocale successo e, su questa base, scrutava con ottimismo il futuro. Lo stesso Braudel, nel 1963, avrebbe constatato come il modello atlantico stesse conquistando l’intero pianeta, accolto dappertutto «freneticamente».
Negli ultimi decenni, e non di rado riprendendo il discorso braudeliano, in molti hanno continuato ad occuparsi di strutture e di tendenze secolari o plurisecolari: gli studiosi della storia ambientale, della world history, della global history, i Wallerstein, i Crosby, gli Stearns, gli Arrighi. Ma un’opposta tensione politica li accomuna: il giudizio pessimistico sul futuro dell’Occidente. «Noi crediamo che oggi lo sviluppo […] non solo non sia capace di risolvere i suoi problemi, ma li vada di giorno in giorno ingigantendo», è stato scritto. Sicché, di fronte al fallimento storico del capitalismo, l’obiettivo non sarebbe più la crescita, bensì la decrescita. La longue durée sembrava, quarant’anni fa, il greto del fiume sul quale il mondo atlantico avrebbe potuto incanalare gli aridi affluenti delle regioni non sviluppate. È diventata la conferma della crisi occidentale. L’idea del declino corrisponde a questo, al senso vagamente fatalistico di una storia che incombe sul presente con la forza dei movimenti tellurici.


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