Joseph Epstein
Amicizia
| Un brano dal testo |
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Capitolo IV, Il modo più veloce di uccidere le amicizie, pagg. 52 e ss.
[...] Tutto quello che si può dire è che nell’amicizia, come
in quasi tutte le situazioni della vita, la distanza tra l’ideale
e la realtà è piuttosto ampia. In una vignetta del «New
Yorker» c’è un uomo che uscendo da una chiesa esclama:
«Come posso amare i miei nemici, se non mi piacciono
neanche i miei amici?». Nella vita ci sono momenti in cui,
purtroppo, tutti capiamo di che cosa parla William Blake
quando chiede a un amico che lo ha fatto spesso soffrire
«sii mio nemico, per il bene dell’amicizia».
[...]
Perché si decide di diventare amico di una persona invece
che di un’altra, almeno quando tali amicizie vengono
fatte deliberatamente e non per caso? A quanto pare moltissime amicizie nascono per caso, o quasi: uno era il mio
vicino di banco in classe, un altro portava il suo bambino
allo stesso parco in cui portavo il mio, oppure lavoravamo
entrambi nel settore pubblicità dei magazzini Sears ecc.
La prima amicizia che mi ricordo di aver fatto per chiara
scelta risale a quando, il penultimo anno delle medie, un
ragazzo nuovo si trasferì nella nostra scuola, dove io stesso
ero arrivato due anni prima. Tra i cinque e i dieci anni,
come ho già detto, non avevo avuto molti amici, e passavo
molto tempo da solo; avevo anzi il forte sospetto di
essere stato scritturato come comparsa nel dramma della
vita. Quando mi trasferii nella nuova scuola, in un quartiere
diverso, improvvisamente mi ritrovai a essere considerato
un buon atleta e fui messo in tutte le prime posizioni nelle
varie squadre sportive. Da personaggio di ultimo piano,
ero diventato protagonista: la gente mi cercava per fare
amicizia.
Quando al penultimo anno a scuola arrivò un ragazzo
nuovo, capii subito che volevo che fosse mio amico. Che
cos’è che mi attirava in lui? Avevamo gli interessi comuni
di ragazzini di dodici anni – lo sport, scansare i doveri,
un gusto incipiente per i giochi di parole – ma amavo soprattutto
il suo misto di buon umore e di generosità. Era
intelligente e non era affatto un mostro di egoismo; non
cercava la celebrità e non voleva attirare continuamente
l’attenzione. Era dotato di pudore e di buon cuore; inoltre
sapeva veramente ascoltare, così come sapeva parlare, anzi
persino di più. Appena diventammo amici, mi ricordo che
mi chiese se pensassi che avrei mai preso a pugni qualcuno;
gli risposi che al momento non era un problema che
mi fossi posto. Replicò che lui non avrebbe mai potuto
farlo, che solo a pensarvi, in quel preciso momento, si
sentiva male. Non era vigliacco, ma aveva una capacità di
immaginare il dolore – sicuramente il dolore del prossimo
– più forte della mia; immaginazione e altruismo erano gli
aspetti centrali del suo carattere. È rimasto mio amico per
più di cinquant’anni.
[...]
«Un viso che solo la madre potrebbe amare» era
un’espressione che mia madre usava per i bambini brutti, e
ci sono persone così egoiste, capricciose, o comunque sgradevoli
che ci si chiede come sia possibile che abbiano degli
amici: eppure abbastanza spesso ne hanno, e sul perché si
possono solo fare congetture. I loro amici sono persone
altrettanto irritanti? Oppure è semplicemente gente che
usa l’amicizia per sfogare il proprio masochismo? O tutte
le loro amicizie si costruiscono sul terreno del più stretto
utilitarismo reciproco, e temporaneo?
È anche vero che fra queste persone ve ne sono alcune
che hanno un loro strano fascino: quando ero più giovane
ci sono caduto anch’io. Ai primi anni delle scuole superiori
subii per un po’ il fascino di un ragazzo, di diciotto mesi
più grande di me, che godeva di una straordinaria libertà
grazie a una montagna di soldi (grazie al padre, un arricchito
piuttosto disinteressato a lui) e un certo gusto per la
corruzione. Frequentarlo faceva sembrare la vita eccitante:
gioco d’azzardo a volontà, avventure sessuali, possibilità di
avere accesso a luoghi che di solito erano proibiti ai ragazzi
della nostra età. Restava il fatto che io non avevo alcuna
speranza di giungere al suo livello, anche se essere in una
posizione subordinata per un po’ mi conveniva, perché era
solo il prezzo da pagare per poter dare un’occhiata a un
mondo diverso ed eccitante. Comunque una vera amicizia
era fuori discussione.
[...]
Il filosofo inglese Michael Oakeshott lo sottolinea
quando scrive che «scartare gli amici perché non si comportano
come ci aspetteremmo e rifiutano di adeguarsi
alle nostre richieste è l’attitudine di un uomo che ha sempre
frainteso il carattere dell’amicizia». Prosegue poi: «gli
amici non hanno a che fare con quello che ci si può fare
a vicenda, ma solo con il piacere reciproco: la condizione
di questo piacere è la pronta accettazione dell’altro così
come è, e l’assenza di ogni desiderio di cambiare o migliorare
». Un amico, aggiunge, «è qualcuno che impegna l’immaginazione,
che stimola la contemplazione, che provoca
l’interesse, la simpatia, la gioia e la lealtà semplicemente
in considerazione della relazione intrapresa». Oakeshott
conclude scrivendo che «la relazione da amico ad amico è
drammatica, non utilitaria; il legame è di familiarità, non
di utilità».
Da ciò derivano due punti fermi: in primo luogo, l’amicizia
non è quasi mai ideale, e imporle degli standard ideali è quasi sempre una pessima idea. In secondo luogo, noi
facciamo amicizia soprattutto grazie all’istinto – grazie a
qualcosa di questa persona che ci piace, anche se sul momento
non sappiamo dire esattamente cosa sia – e troviamo
poi le ragioni della nostra attrazione nei confronti degli
altri a cose fatte, con una spiegazione costruita ad hoc oppure
improvvisata (sotto questo aspetto, l’amicizia è come
l’amore). Poche cose riescono a uccidere un’amicizia più
velocemente di una stretta aderenza alla teoria delle qualità
che sono necessarie in un amico.
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