Capitolo XVII - Approfondimenti

1. Il moltiplicatore in Belgio e negli Stati Uniti
2. La recessione statunitense del 2001
3. L'espansione realizzata in Francia dal governo
4. Il disavanzo commerciale statunitense: origini e implicazioni


Il moltiplicatore in Belgio e negli Stati Uniti

Se assumiamo che le varie relazioni dell’equazione [17.1] siano lineari, possiamo calcolare gli effetti della spesa pubblica, della produzione estera, e così via, sia sulla produzione sia sulla bilancia commerciale. In questo quadro ci concentriamo sulle differenze tra gli effetti della spesa pubblica in un paese grande come gli Stati Uniti e in un paese piccolo come il Belgio.
Assumiamo che il consumo cresca all’aumentare del reddito disponibile, e che l’investimento sia una funzione crescente della produzione e decrescente del tasso di interesse reale:

C = c0 + c1(Y – T)
I = d0 + d1Yd2r

Per semplicità, ignoriamo le variazioni del tasso di cambio reale e assumiamo che esso sia uguale a 1. Assumiamo inoltre che le importazioni siano proporzionali alla produzione nazionale e che le esportazioni siano proporzionali alla produzione estera:

Q = q1Y
X = x1Y*

Così come abbiamo chiamato c1 la propensione marginale al consumo, q1 è la propensione marginale a importare.
La condizione di equilibrio è che la produzione sia uguale alla domanda di beni nazionali (ricordiamo che stiamo assumendo che e è uguale a 1):

Y = C + I + G – Q + X

Sostituendo le componenti della domanda di beni nazionali con le espressioni sopra, otteniamo:

Y = [c0 + c1(Y – T)] + (d0 + d1Yd2r) + Gq1Y + x1Y*

Raggruppando i termini si ha:

Y = (c1 + d1q1)Y + (c0 + d0c1Td2r + G + x1Y*)

Raccogliendo i termini nella produzione, e risolvendo, otteniamo:

La produzione è uguale al moltiplicatore per il termine nell’ultima parentesi, che descrive l’effetto di tutte le variabili che abbiamo considerato esogene nella determinazione della produzione.
Consideriamo il moltiplicatore. Più precisamente, consideriamo il termine (c1 + d1q1) al denominatore. Come in un’economia chiusa (c1 + d1) rappresenta gli effetti di un aumento della produzione sulla domanda per consumi e per investimenti; (– q1) descrive, invece, il fatto che parte della maggior domanda non è rivolta ai beni nazionali, ma ai beni esteri. Nel caso estremo, in cui tutta la domanda addizionale ricada sui beni esteri – cioè quando q1 = c1 + d1 – un aumento della produzione non ha alcun effetto sulla domanda di beni nazionali; in questo caso, il moltiplicatore è uguale a 1. In generale, q1 è minore di (c1 + d1), per cui il moltiplicatore è maggiore di 1. Ma esso è più piccolo di quanto sarebbe in un’economia chiusa.
Usando l’ultima equazione che abbiamo scritto, possiamo facilmente descrivere gli effetti di un aumento della spesa pubblica in misura pari a G. L’aumento della produzione è uguale al moltiplicatore per la variazione della spesa pubblica, cioè:

L’aumento delle importazioni, che segue l’incremento del prodotto, comporta una variazione delle esportazioni nette di:

Vediamo cosa significano queste formule scegliendo valori numerici per i parametri. Prendiamo c1 + d1 uguale a 0,6. Che valore dovremmo scegliere per q1? Sappiamo che, in generale, quanto più grande è il paese, tanto più sarà autosufficiente, e tanto meno importerà dall’estero. Scegliamo quindi due valori di q1: uno più piccolo, ad esempio 0,1, per un paese grande come gli Stati Uniti, e uno più grande, diciamo 0,4, per un paese piccolo come il Belgio. Notate che possiamo pensare a q1/(c1 + d1) come alla proporzione dell’aumento della domanda che ricade sulle importazioni. Un modo alternativo di interpretare la scelta dei valori di q1 nei due paesi è quindi il seguente: nel paese grande, 1/6 della domanda ricade sulle importazioni; nel paese piccolo 4/6 della domanda ricadono sulle importazioni. Per gli Stati Uniti, gli effetti sulla produzione e sulla bilancia commerciale sono dati da:

e

Per il Belgio, sono dati da:

e

siano diversi i paesi. Negli Stati di un aumento e l’effetto In Belgio, produzione è della bilancia commerciale è uguale alla metà dell’incremento della spesa pubblica.
In conclusione, l’apertura di una piccola economia al resto del mondo lega drasticamente le mani delle autorità di politica economica. In seguito vedremo ulteriori esempi a conferma di quanto detto.



La recessione statunitense del 2001

Nel 1992, l’economia degli Stati Uniti è entrata in una lunga fase di espansione. Per tutti gli anni Novanta, la crescita del PIL è stata positiva ed elevata. Nel 2000, però, sono comparsi i primi segnali che l’espansione sarebbe presto giunta al termine: nel terzo trimestre la crescita del PIL è stata negativa, sebbene sia ritornata positiva nel trimestre successivo. Nel 2001, la crescita del PIL è rimasta negativa per i primi tre trimestri, per poi tornare positiva nell’ultimo (la fig. 1 riporta il tasso di crescita del PIL dal primo trimestre del 1999 al quarto trimestre del 2002). Il National Bureau of Economic Research (noto come NBER), un’organizzazione non profit che da sempre misura le fasi di espansione e di recessione degli Stati Uniti, ha concluso che nel 2001 gli Stati Uniti erano effettivamente entrati in recessione, da marzo a dicembre.
Ciò che ha provocato la recessione non è stato – come nel 1990-1991 – un calo della domanda di consumi, ma un crollo della domanda di investimenti. L’investimento non immobiliare – la domanda di stabilimenti e macchinari da parte delle imprese – in quell’anno è diminuito del 4,5%. La causa è stata la fine del periodo che Alan Greenspan aveva definito di “euforia irrazionale”.
Nella seconda parte degli anni Novanta, le imprese erano state estremamente ottimiste circa il futuro, e di conseguenza il tasso di investimento aveva raggiunto livelli molto elevati. Tra il 1995 e il 2000, il tasso di crescita medio annuo degli investimenti aveva superato il 10%. Tuttavia, nel 2001 era divenuto evidente che le imprese erano state eccessivamente ottimiste e avevano investito troppo. Ciò le ha portate a tagliare gli investimenti, causando un calo della domanda e, attraverso il moltiplicatore, un calo del PIL. La recessione sarebbe potuta anche essere più grave, ma fu contrastata da un’appropriata risposta di politica economica, che ne ha indubbiamente limitato la gravità e la durata.

Consideriamo innanzitutto la politica monetaria. Dall’inizio del 2001, la Fed, nel timore che l’economia stesse rallentando, ha iniziato ad aumentare l’offerta di moneta e a ridurre fortemente il tasso di interesse sui federal funds (la fig. 2 mostra l’andamento del tasso di interesse sui federal funds tra il primo trimestre del 1991 e il quarto trimestre del 2002). Ha continuato a farlo per tutto l’anno. Il tasso sui federal funds, che in gennaio era pari al 6,5%, alla fine dell’anno era sceso a meno del 2%, un livello molto basso per gli standard storici.
Passiamo alla politica fiscale. Durante la campagna elettorale del 2000, il candidato George Bush ha promesso un programma di riduzione delle imposte. Egli sosteneva che il bilancio federale era in avanzo, e pertanto c’era spazio per ridurre le imposte senza compromettere il bilancio. Nel 2001, quando il presidente è entrato in carica, era chiaro che l’economia stava rallentando e ciò gli ha fornito un ulteriore motivo per ridurre le imposte: aumentare la domanda e combattere la recessione. I bilanci del 2001 e del 2002 includevano forti tagli fiscali. Dal lato della spesa, gli eventi dell’11 settembre del 2001 hanno causato un aumento delle uscite, soprattutto per la difesa interna ed estera.

La figura 3 mostra l’andamento delle entrate e della spesa del governo federale tra il primo trimestre del 1999 e il quarto trimestre del 2002, entrambe espresse in percentuale sul PIL. Si noti il forte calo delle entrate iniziato nel terzo trimestre del 2001.
Anche senza tagli delle imposte, le entrate sarebbero comunque diminuite durante la recessione: un prodotto e un reddito più bassi riducono automaticamente le entrate fiscali. Tuttavia, a causa dei tagli fiscali, nel 2001 e nel 2002 la riduzione delle entrate è stata molto maggiore di quanto fosse dovuto alla sola recessione. Si noti anche il modesto ma costante aumento della spesa iniziato all’incirca nello stesso periodo.
Di conseguenza, l’avanzo di bilancio – la differenza tra entrate e spesa – è diventato negativo nel 2001, e ancor di più nel 2002, dopo essere stato positivo fino al 2000.
Gli effetti della riduzione iniziale della domanda di investimento e le risposte di politica fiscale e monetaria possono essere rappresentati in uno schema IS-LM. Nella figura 4, assumiamo che l’equilibrio alla fine del 2000 sia rappresentato dal punto A, all’intersezione tra la curva IS iniziale e la curva LM iniziale. Nel 2001 è accaduto ciò che segue:

  • La riduzione dell’investimento ha fatto spostare la curva IS verso sinistra, da IS aIS″. In mancanza di interventi di politica economica, l’economia si sarebbe spostata nel punto A″, con una produzione Y″.
  • L’aumento dell’offerta di moneta ha fatto spostare la curva LM verso il basso, da LM a LM′.
  • La riduzione delle aliquote fiscali e l’aumento della spesa hanno entrambe causato uno spostamento della curva IS verso destra, da IS″ a IS′.


Fig. 4. La recessione statunitense del 2001.

Come conseguenza del calo della domanda di investimento e delle due risposte di politica economica, nel 2001 l’economia si trovava nel punto A′, con un calo di produzione e un tasso di interesse di gran lunga inferiore. Il livello di produzione associato ad A′ era molto più basso di quello associato ad A – a causa della recessione – ma molto più alto di quello associato ad A″, il livello che avrebbe prevalso in assenza di interventi di politica economica.
Concludiamo rispondendo a tre domande che, a questo punto, vi starete ponendo:

• Perché la politica fiscale e quella monetaria non sono state usate per evitare, invece che solo per ridurre, la recessione?
La ragione è che le variazioni di politica economica hanno effetto sulla domanda e sulla produzione solo nel corso del tempo.
Quindi, nel momento in cui è diventato chiaro che l’economia statunitense stava entrando in recessione, era già troppo tardi perché la politica economica potesse evitarlo. Ciò che la politica economica ha potuto fare è ridurre la gravità e la durata della recessione.

• Gli eventi dell’11 settembre hanno contribuito a causare la recessione?
La risposta, in breve, è no. Come abbiamo visto, la recessione è iniziata ben prima dell’11 settembre, ed è finita poco dopo.
In effetti, nell’ultimo trimestre del 2001 la crescita del PIL è stata positiva. Ci si sarebbe potuto aspettare – ed effettivamente molti economisti se lo aspettavano – che gli eventi dell’11 settembre avessero un forte impatto sulla produzione, causando soprattutto il ritardo delle decisioni di spesa da parte delle imprese e dei consumatori. Ma, di fatto, il calo della spesa è stato modesto e di breve durata. I tagli dei tassi sui federal funds dopo l’11 settembre – e i forti sconti praticati dai produttori di automobili nell’ultimo trimestre del 2001 – sono stati cruciali per mantenere elevate la fiducia e la spesa dei consumatori in quel periodo.

• Il mix di politica fiscale e monetaria usato per combattere la recessione è un buon esempio di come condurre la politica economica?
Su questo, gli economisti non sono d’accordo tra loro. La maggior parte di essi apprezza la Fed per aver fortemente ridotto i tassi di interesse non appena l’economia ha iniziato a decelerare. Ma pensa anche che i tagli fiscali del 2001 e 2002 abbiano causato disavanzi di bilancio ampi e duraturi. Essi sostengono che i tagli delle imposte avrebbero dovuto essere temporanei, per aiutare l’economia a uscire dalla recessione, ma che subito dopo sarebbero dovuti terminare.
Invece, i tagli fiscali sono stati permanenti; nonostante l’economia statunitense sia oggi nel bel mezzo di una forte espansione, il disavanzo di bilancio è ancora elevato e si calcola che rimarrà tale per almeno tutto il resto del decennio. Questo in futuro causerà molti problemi.



L'espansione realizzata in Francia dal governo

Nel maggio del 1981, il partito socialista francese vinse le elezioni. Di fronte a un’economia con una disoccupazione superiore al 7%, i socialisti misero a punto un programma volto ad aumentare la domanda attraverso politiche sociali più generose e sussidi per la creazione di posti di lavoro. Anche i sussidi alla disoccupazione e le pensioni furono aumentati. Furono creati nuovi impieghi pubblici, e attuati nuovi programmi di formazione per i giovani e i disoccupati. La tabella 1 riassume i risultati macroeconomici di queste politiche.

I dati mostrano in modo abbastanza evidente gli effetti sullo stato della finanza pubblica: il bilancio, che nel 1980 era in pareggio, nel 1982 presentava un disavanzo del 2,8% del Pil. Gli effetti sulla crescita sono pure piuttosto evidenti. Nel 1981-82, la crescita media fu dell’1,85% – un tasso non molto alto, ma pur sempre maggiore del misero 0,45% registrato in media dall’Unione Europea negli stessi due anni.
Nel marzo del 1983, i socialisti abbandonarono questa politica. L’ultima riga della tabella 1 ci dice perché. A causa di un tasso di crescita più elevato rispetto ai partner commerciali, la Francia subì un brusco aumento del suo disavanzo commerciale. Forse il governo sarebbe stato disposto a tollerare tale disavanzo delle partite correnti, ma i mercati finanziari – che erano già abbastanza inquieti riguardo al governo socialista – costrinsero il paese a subire tre svalutazioni del franco in 18 mesi (ricordiamo che quando un paese cerca di mantenere un tasso di cambio fisso – come nel caso della Francia a quel tempo – i deprezzamenti prendono il nome di svalutazioni). La prima avvenne nell’ottobre del 1981, dell’8,5% rispetto al DM; la seconda nel giugno del 1982, del 10% rispetto al DM; e la terza nel marzo del 1983, dell’8% ancora rispetto al DM. Nel marzo del 1983, il governo francese, non più disposto ad affrontare nuovi attacchi speculativi contro il franco e preoccupato per il disavanzo commerciale, rinunciò al suo tentativo di usare politiche di stimolo della domanda per ridurre la disoccupazione. La Francia iniziò una nuova politica "di austerità" – una politica volta a ridurre l’inflazione, i disavanzi commerciale e di bilancio, e a impedire ulteriori svalutazioni. Questa politica è stata mantenuta fino a oggi, tanto dai governi di sinistra quanto dai governi di destra.



Il disavanzo commerciale statunitense: origini e implicazioni

La figura 1 riporta l’andamento delle esportazioni e delle importazioni degli Stati Uniti in percentuale sul PIL dal 1960. Essa mostra come, dalla metà degli anni Novanta, esportazioni e importazioni hanno seguito andamenti divergenti. Il rapporto importazioni/PIL ha continuato ad aumentare, mentre il rapporto esportazioni/PIL è rimasto più o meno costante. Di conseguenza, il disavanzo commerciale degli Stati Uniti è aumentato di continuo passando da un valore pari a 104 miliardi di dollari, l’1,2% del Pil, nel 1996 a 763 miliardi di dollari, pari al 5,9% del Pil, nel 2006.

 

Il disavanzo del conto corrente (che, ricorderete, è uguale al disavanzo commerciale più i trasferimenti dagli Stati Uniti al resto del mondo, meno i pagamenti netti dal resto del mondo verso gli Stati Uniti, e ci dice quanto gli Stati Uniti devono prendere a prestito dal resto del mondo), ha raggiunto la quota di 856 miliardi di dollari, pari al 6,4% del Pil nel 2006. Detto in maniera differente, gli Stati Uniti devono prendere a prestito 856 miliardi di dollari dal resto del mondo. Si parla di cifre decisamente elevate se si pensa che rappresenta il 50% del risparmio netto mondiale (al netto del deprezzamento). Pensare che il paese più ricco del mondo debba chiedere a prestito dal resto del mondo è sorprendente. Tutto ciò solleva due domande. Da dove arrivano questi disavanzi? Che cosa potrebbero significare per il futuro? Vediamole una per volta.

Da che cosa traggono origine il disavanzo commerciale e, di conseguenza, il disavanzo di conto corrente?

Tre fattori sembrano aver svolto ruoli ugualmente importanti.
Il primo è l’elevato tasso di crescita degli Stati Uniti dalla metà degli anni Novanta rispetto al tasso di crescita dei suoi partner commerciali. La tabella 1 riporta il tasso di crescita medio annuo di Stati Uniti, Giappone, Unione Europea e dell’economia mondiale nel suo insieme (esclusi gli Stati Uniti) per tre periodi, 1991-1995, 1996-2000, e 2001-2006. Sin dal 1996, la crescita negli Stati Uniti è stata molto più alta rispetto a quella registrata dall’Europa o dal Giappone. La performance degli Stati Uniti tra il 1996 e il 2000 riflette il boom della “New Economy” che abbiamo trattato più volte nel libro. Dal 2001, la crescita negli Stati Uniti è diminuita (ricordate che il paese è entrato in recessione nel 2001), ma nel resto del mondo la crescita è rallentata ancora di più, infatti è comunque stata maggiore della crescita registrata dall’Europa o dal Giappone. Una maggior crescita non porta necessariamente a un disavanzo commerciale più elevato. Se la fonte principale dell’aumento della domanda e della crescita in un paese è l’aumento della domanda estera, il paese può crescere velocemente e mantenere l’equilibrio della bilancia commerciale, o anche un avanzo commerciale. Nel caso degli Stati Uniti, tuttavia, dalla metà degli anni Novanta la fonte principale della maggiore domanda è stata la domanda interna, con una forte domanda di consumo e di investimento come fattori principali dell’espansione. Quindi, la maggior crescita è stata accompagnata da un disavanzo commerciale crescente.

 

Il secondo fattore è lo spostamento delle funzioni delle esportazioni e delle importazioni, vale a dire i cambiamenti delle esportazioni e delle importazioni che non dipendono né da variazioni della produzione, né da variazioni del tasso di cambio. L’evidenza empirica mostra che questi spostamenti hanno avuto un ruolo importante e spiegano fino a metà dell’aumento del disavanzo commerciale. A un dato livello di reddito, e a un dato tasso di cambio, i consumatori statunitensi, per esempio, acquistano una maggior proporzione di beni esteri – diciamo più automobili estere e meno automobili nazionali.

 

Il terzo fattore è il continuo apprezzamento reale dei beni statunitensi – l’aumento del tasso di cambio reale effettivo degli Stati Uniti. Anche se, a un dato tasso di cambio reale, la crescita porta a un aumento del disavanzo commerciale, un deprezzamento reale può aiutare a mantenere l’equilibrio della bilancia commerciale rendendo più competitivi i beni nazionali. Ma, negli Stati Uniti è successo proprio il contrario: dal 1996 al 2002 gli Stati Uniti hanno avuto un apprezzamento reale, non un deprezzamento reale. Come mostra la figura [18-5], il tasso di cambio reale multilaterale è aumentato da 0,83 nel 1995 a 1,11 nel 2002 – un apprezzamento reale del 30%.
Da allora il dollaro si è deprezzato, alla fine del 2006 il tasso di cambio era di 0,94, comunque più elevato che nel 1995.
Ma come mai il dollaro è stato così forte fino al 2002 nonostante la situazione di elevato deficit commerciale? Per una completa e accurata discussione dobbiamo aspettare il prossimo capitolo, quando studieremo da vicino la relazione esistente tra le decisioni finanziarie e il tasso di cambio. Per il momento, in breve, la risposta alla domanda che ci siamo posti risiede nell’elevata domanda di attività finanziarie americane da parte di investitori esteri. La dimensione di tale domanda è sufficiente a mantenere il valore del dollaro elevato e di conseguenza ad aumentare il commercio e il deficit commerciale. Dall’inizio del 2002, il dollaro a cominciato a deprezzarsi , ma a causa di altri due importanti fattori – i differenziali di crescita e lo spostamento della domanda relativa di beni domestici rispetto a quelli esteri – e a causa dei ritardi nell’aggiustamento delle esportazioni e delle importazioni rispetto al tasso di cambio reale – si pensi alla curva J – il deficit commerciale ha continuato a crescere.
Possiamo inoltre provare a considerare l’intera questione in termini di risparmio e investimento, facendo riferimento al paragrafo [19-6]. La figura 1 riporta l’evoluzione del risparmio netto statunitense (vale a dire al netto del deprezzamento) e gli investimenti netti (sempre al netto del deprezzamento) in rapporto al Pil dal 1996 e riproduce chiaramente quello che abbiamo già raccontato.  L’aumento del deficit commerciale (che può essere interpretato come la differenza tra investimento e risparmio) deriva principalmente dalla diminuzione del rapporto risparmio/Pil. E, analizzando ancora più da vicino la situazione, è chiaro come la diminuzione del risparmio deriva principalmente dalla diminuzione del risparmio privato, S, piuttosto che dall’aumento del deficit pubblico, G-T. Il rapporto tra deficit pubblico e Pil è rimasto pressoché invariato dal 1996 al 2006. Quindi, un altro modo per spiegare cosa sta dietro all’elevato deficit commerciale statunitense è dato dal fatto che i consumatori americani hanno risparmiato decisamente meno rispetto al decennio precedente. Dovrebbero risparmiare di più? Discuteremo la risposta a questa domanda nel capitolo 16. La risposta per il momento può essere che il risparmio sembra essere sufficiente.

Che cosa ci aspetta?

Dovremmo forse aspettarci che l’elevato disavanzo commerciale e di conto corrente scompariranno naturalmente in futuro?
A un tasso di cambio reale invariato, la risposta probabilmente è no. Se ci fossero buoni motivi per aspettarsi che nel prossimo decennio i partner commerciali degli Stati Uniti registreranno una crescita molto superiore a quella americana, allora potremmo aspettarci di assistere allo stesso processo che abbiamo visto negli anni Novanta, ma nel verso opposto. Una minor crescita negli Stati Uniti rispetto al resto del mondo porterebbe a una riduzione del disavanzo commerciale. Tuttavia, ci sono pochi motivi per aspettarsi un simile scenario. Se gli Stati Uniti non possono aspettarsi di replicare i tassi di crescita della fine degli anni Novanta, non c’è nemmeno motivo di aspettarsi, per il prossimo decennio, una crescita molto più bassa della media.
E nessuno si aspetta una crescita elevata nell’Unione Europea o in Giappone.
Possiamo forse aspettarci che gli spostamenti delle esportazioni e delle importazioni si invertano, migliorando in tal modo il saldo della bilancia commerciale senza bisogno di un deprezzamento? La fonte di tali spostamenti non è ben chiara, quindi bisogna esser cauti nel fare previsioni.
Ma non sembra esserci alcuna particolare ragione per pensare che, per esempio, i consumatori statunitensi torneranno a comprare auto americane al posto di auto straniere. In altre parole, non c’è motivo per aspettarsi che il disavanzo commerciale si riduca da solo, senza un deprezzamento del dollaro.
Ma gli Stati Uniti possono permettersi di sostenere un elevato disavanzo commerciale e di conto corrente per molti anni ancora? La risposta, di nuovo, è probabilmente no. Se finora gli investitori finanziari sono stati disposti a dare a prestito agli Stati Uniti, in futuro potrebbe essere difficile per il paese continuare a prendere a prestito 800 miliardi di dollari all’anno.
Questi argomenti hanno tre implicazioni:

  • Il disavanzo commerciale e il disavanzo di conto corrente degli Stati Uniti dovranno essere ridotti nel futuro;
  • Ciò probabilmente non avverrà senza un deprezzamento reale. Ma quanto grande dovrebbe essere questo deprezzamento? Le stime vanno dal 20 al 40% − cioè un forte deprezzamento reale.
  • Quando avverrà questo deprezzamento? Questa è una domanda molto più difficile. Avverrà quando gli investitori esteri non vorranno più prestare al paese 800 miliardi di dollari all’anno.

Torniamo a quanto discusso nella tabella 19-1. Un deprezzamento di tali dimensioni avrà un effetto importante sulla domanda di beni sia negli Stati Uniti sia all’estero.
Il deprezzamento aumenterà la domanda di beni statunitensi. Se, al momento del deprezzamento, la produzione degli Stati Uniti sarà già vicina al suo livello naturale, il rischio è che il deprezzamento porti a una domanda troppo elevata e a una produzione troppo elevata. Se ciò accade, la politica giusta sarà una stretta fiscale, una riduzione del grande disavanzo di bilancio che gli Stati Uniti hanno in questi anni. Se il governo riuscirà a ottenere un deprezzamento graduale e un’appropriata stretta fiscale, il risultato sarà una crescita sostenuta e la riduzione del disavanzo commerciale.
Il deprezzamento farà diminuire la domanda di beni esteri. Per la stessa ragione, questo potrebbe costringere i governi esteri ad adottare politiche di sostegno alla domanda e alla produzione. Ciò richiederebbe un’espansione fiscale, ma in questo caso potrebbe non essere la soluzione giusta. Un certo numero di paesi, per esempio Francia, Germania e Giappone, hanno già grandi disavanzi di bilancio.
Per le ragioni che abbiamo già affrontato nel capitolo 17, aumentare ulteriormente questi disavanzi potrebbe essere difficile, persino pericoloso. Se la politica fiscale non può essere usata per sostenere domanda e produzione, un forte deprezzamento del dollaro potrebbe innescare una recessione in quei paesi.
In sintesi, una riduzione graduale del disavanzo commerciale statunitense richiederà una combinazione di deprezzamento del dollaro e cambiamenti di politica fiscale sia negli Stati Uniti sia all’estero. Molti economisti pensano che ciò non sarà facile da raggiungere.

 

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