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| Capitolo XV - Approfondimenti |
Che cosa e come imparare
dalle serie di dati «panel»
Le serie di dati panel sono insiemi di osservazioni,
relativi a una o più variabili, ciascuna
osservata per un numero elevato di individui
nel corso del tempo. Negli Stati Uniti, uno
di questi panel, il PSID, studia la dinamica del
reddito.
Il PSID iniziò nel 1968 con un campione
di circa 4.800 famiglie. Da allora, ogni anno,
vengono realizzate interviste a ciascuna di
queste famiglie. Il sondaggio è cresciuto man
mano che nuovi individui si sono aggiunti a
queste famiglie, per matrimonio o per nascita.
Ad intervalli regolari, gli intervistatori chiedono
a coloro che sono inclusi nel sondaggio informazioni
sul loro reddito, salario, numero di
ore lavorative, stato di salute e consumo di
generi alimentari ¹.
I dati raccolti dal sondaggio in trent’anni
di interviste hanno permesso agli economisti
di ottenere informazioni precise su elementi
per i quali prima non esisteva evidenza empirica.
Alcune tra le numerose domande rivolte
agli intervistati sono:
- Quanto risponde il consumo a variazioni
transitorie del reddito? Ad esempio, alla
perdita di reddito derivante da un periodo di
disoccupazione?
- Quanta condivisione del rischio c’è all’interno
della famiglia? Ad esempio, quando
un membro della famiglia si ammala o diventa
disoccupato, quanto aiuto ottiene dagli altri
membri della famiglia?
- Quanto si preoccupano le persone di
vivere vicino alla propria famiglia? Ad esempio,
quando qualcuno diventa disoccupato,
quanto dipende la probabilità di migrare in
un’altra città dai legami familiari nella città in
cui vive?
1. L’attenzione alla spesa alimentare deriva dal fatto che uno degli obiettivi iniziali del sondaggio era una
miglior comprensione delle condizioni di vita delle famiglie povere. Il sondaggio sarebbe molto più utile se raccogliesse
informazioni su tutta la spesa e non solo su quella alimentare: purtroppo non è così.
L’investimento e la teoria della q
L’idea di collegare l’investimento al valore
attuale dei profitti attesi fu sviluppata per la
prima volta da James Tobin dell’Università di
Yale¹. Egli indicò il rapporto tra il valore presente
scontato dei profitti attesi dall’installazione
di un nuovo macchinario e il prezzo
d’acquisto del macchinario con q. Per questo
la teoria degli investimenti che egli sviluppò è
nota come la teoria della q (un nome indubbiamente
meno indovinato di quelli scelti da
Friedman e Modigliani per le loro teorie del
consumo). Se il valore della q è minore di 1,
cioè se il valore attuale dei profitti attesi dall’acquisto
di un nuovo macchinario è minore
del prezzo d’acquisto, l’impresa sceglierà di
non acquistare il nuovo macchinario. Se invece
il valore della q è maggiore di 1, cioè se il
valore attuale dei profitti attesi è maggiore del
costo d’acquisto, l’impresa deciderà di acquistarlo
(notate che se normalizziamo a 1 il
prezzo del macchinario, la q è semplicemente
pari al valore presente scontato dei profitti).
Se ora, invece di studiare la decisione di
acquistare un singolo macchinario, ragioniamo
in termini di unità di capitale, e analizziamo
la decisione di investire installando una unità
addizionale di capitale, dato il capitale già installato,
dobbiamo modificare leggermente il
nostro ragionamento. Per decidere se accrescere
lo stock di capitale, le imprese devono
valutare di quanto il nuovo investimento farà
crescere il flusso dei profitti futuri. In altri
termini, ai fini della scelta delle imprese, diventa
rilevante il rapporto tra la variazione nel
valore attuale dei profitti e il costo d’acquisto
del capitale. Questa quantità è chiamata q marginale e può essere interpretata come il
rapporto tra il valore di una unità addizionale di capitale installato e il suo costo d’acquisto.
Le imprese investiranno se la q marginale è
maggiore di 1, cioè se l’aumento nel valore attuale
dei profitti è maggiore del costo dell’investimento
addizionale; invece, se la q è minore
di 1, ridurranno gli investimenti.
La q marginale è importante perché riassume
tutta l’informazione sul futuro che è rilevante
ai fini della decisione di investimento
dell’impresa. Tuttavia, questa quantità non è
direttamente osservabile. Quello che invece è
misurabile è il rapporto tra il valore del capitale complessivamente installato, e cioè il valore
presente scontato dei profitti, e il costo d’acquisto
del capitale. Questa quantità è chiamata
q media e misura appunto il rapporto tra il
valore del capitale già installato – cioè la capacità
del capitale esistente di generare profitti
ora e in futuro – e il suo prezzo. Nell’esempio
del paragrafo precedente – la decisione di
acquisto di un singolo macchinario – la q
marginale e la q media coincidevano poiché
assumevamo implicitamente che l’impresa non
disponesse inizialmente di uno stock di capitale.
Più in generale, è tuttavia possibile dimostrare
che la q media è uguale alla q marginale
se sono verificate determinate condizioni
– essenzialmente, se l’impresa utilizza una tecnologia con rendimenti di scala costanti e se
le imprese operano in regime di concorrenza
perfetta².
Facciamo ora un passo indietro: perché
sarebbe utile poter utilizzare la q media al posto
della q marginale? La risposta è semplice:
perché, come abbiamo detto, mentre non siamo
in grado di osservare direttamente la q
marginale, è invece possibile costruire una misura
della q media. L’ultimo passo da fare è
quindi chiederci dove possiamo trovare una
misura ragionevole del valore presente scontato
dei profitti.
L’idea di base è la seguente: la q media
può essere approssimata dal valore dell’impresa
nel mercato azionario. Infatti i prezzi delle
azioni incorporano le aspettative del mercato
riguardo alla profittabilità futura delle imprese:
possono quindi essere utilizzati come misura
di . Una misura della q media può
quindi essere costruita usando, come valore attuale dei profitti, un indice dei prezzi sul
mercato azionario.

La figura 1 mostra l’andamento dell’investimento
(in rapporto allo stock di capitale esistente)
e della q (calcolata come q media) negli
Stati Uniti per quasi un secolo (1900-88). Dalla
figura è evidente una relazione positiva tra
le due variabili, sebbene in alcuni periodi la relazione
sia meno evidente. Le ragioni sono tre.
Primo, il mercato azionario è un mercato molto
volatile e i prezzi delle azioni subiscono ampie
fluttuazioni. Secondo, come abbiamo detto,
la q media è solo una misura approssimata
della profittabilità dell’investimento. Terzo,
come vedremo più avanti nel capitolo, l’investimento
presenta una eccessiva sensibilità ai
profitti correnti; «eccessiva» nel senso di una
sensibilità maggiore di quella prevista dalla
teoria della q. Nel seguito del capitolo daremo
una risposta alla domanda: perché l’investimento
è così sensibile ai profitti correnti? (Noterete la somiglianza di questa domanda ad
un’altra che ci siamo posti nei paragrafi precedenti: perché il consumo è così sensibile al
reddito corrente?).
¹ Per questo ed altri contributi, James Tobin ricevette il premio Nobel nel 1981.
² Queste condizioni sono state studiate da Interpretation, in «Econometrica», n. 50, 1982.
Derivazione del valore attuale
atteso dei profitti con aspettative statiche
In generale, il valore attuale atteso dei
profitti è dato dall’equazione [15.3] del testo:

Se le imprese si aspettano che sia i profitti futuri
(per unità di capitale) che i tassi di interesse
futuri rimangano allo stesso livello di
oggi, per cui

l’equazione diventa:


dove la seconda riga si ottiene raccogliendo

Il termine finale in parentesi è una serie
geometrica, una serie della forma 1 + x + x² + ..., dove x qui è uguale a

Quindi, la sua somma è data da
1/
Sostituendo nell’equazione
precedente si ottiene:

Semplificando si ottiene l’equazione [15.5]
usata nel testo:

Profittabilità e flusso di cassa
Quanto dipende l’investimento dal valore
attuale atteso dei profitti e quanto dal profitto
corrente? Gli economisti spesso trattano questa
problematica in termini di ruolo relativo,
nelle decisioni di investimento, della profittabilità
(il valore presente scontato dei profitti)
e del flusso di cassa (il flusso netto di cassa,
cioè i profitti correnti).
Questo problema è molto simile a quello
di stabilire l’importanza relativa del reddito
corrente e del reddito futuro atteso nelle decisioni
di consumo (che abbiamo discusso in un
precedente quadro). La maggior parte delle
volte, profittabilità e flusso di cassa si muovono
insieme. Le imprese che funzionano bene
di solito hanno elevati flussi di cassa e buone
prospettive future. Al contrario, le imprese
che registrano perdite, di solito hanno anche
prospettive future poco promettenti.
Come nel caso del consumo, il modo migliore
per isolare questi effetti è identificare
eventi o periodi in cui profittabilità e flussi di
cassa si muovono in direzioni diverse e analizzare
il comportamento dell’investimento. Questo
è l’approccio seguito in un recente articolo
da Owen Lamont, un economista dell’Università
di Chicago. Un esempio ci aiuterà a capire
la strategia di Lamont.
Pensiamo a due imprese. La prima, A,
produce acciaio. La seconda, B, si divide in
due parti: una produce acciaio, l’altra si occupa
dello sfruttamento di giacimenti petroliferi.
Supponiamo ora che ci sia un brusco declino
del prezzo del petrolio, in seguito al
quale l’attività di sfruttamento subisce delle
perdite. Questo shock riduce il flusso di cassa
dell’impresa B. Se le perdite derivanti dall’attività
estrattiva sono maggiori dei profitti ottenuti
dalla produzione di acciaio, l’impresa B
nel suo insieme registrerà una perdita.
Quello che possiamo chiederci è: in seguito
alla riduzione del prezzo del petrolio, l’im
presa B investirà meno dell’impresa A nella
produzione di acciaio? Se nella produzione di
acciaio contasse soltanto la profittabilità, non
ci sarebbe ragione per l’impresa B di dover
investire meno dell’impresa A. Ma se conta
anche il flusso di cassa, il fatto che l’impresa
B abbia un flusso di cassa inferiore potrebbe
indurla a investire meno dell’impresa A nella
produzione di acciaio. Quindi, osservare le
decisioni di investimento di entrambe le imprese
nella produzione di acciaio potrebbe essere
utile per capire quanto queste decisioni
dipendano dalla profittabilità e quanto dal
flusso di cassa.
Questa è la strategia empirica seguita da
Lamont. Egli si concentra su quanto è accaduto
a metà degli anni Ottanta, quando il
prezzo del petrolio negli Stati Uniti è diminuito
del 50%, provocando ingenti perdite nell’intero
settore petrolifero. Poi guarda se le
imprese con attività petrolifere hanno ridotto
i loro investimenti nelle attività non petrolifere
in misura maggiore rispetto ad altre imprese
nelle stesse attività non petrolifere. Egli
conclude che questo è proprio ciò che è successo:
per ogni dollaro di riduzione del flusso
di cassa dovuto alla riduzione del prezzo del
petrolio, la spesa per investimenti in attività
non petrolifere è stata ridotta dal 10 al 20%.
Quindi, di fatto, il flusso di cassa corrente
conta nelle decisioni di investimento delle imprese.
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