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| Capitolo XIII - Approfondimenti |
La recessione statunitense del 2001
Nel 1992, l’economia degli Stati Uniti è
entrata in una lunga fase di espansione. Per
tutti gli anni Novanta, la crescita del PIL è
stata positiva ed elevata. Nel 2000, però,
sono comparsi i primi segnali che l’espansione
sarebbe presto giunta al termine: nel
terzo trimestre la crescita del PIL è stata
negativa, sebbene sia ritornata positiva nel
trimestre successivo. Nel 2001, la crescita
del PIL è rimasta negativa per i primi tre
trimestri, per poi tornare positiva nell’ultimo
(la fig. 1 riporta il tasso di crescita del
PIL dal primo trimestre del 1999 al quarto
trimestre del 2002). Il National Bureau of Economic Research (noto come NBER),
un’organizzazione non profit che da sempre
misura le fasi di espansione e di recessione
degli Stati Uniti, ha concluso che nel 2001
gli Stati Uniti erano effettivamente entrati
in recessione, da marzo a dicembre.
Ciò che ha provocato la recessione non è
stato – come nel 1990-1991 – un calo della
domanda di consumi, ma un crollo della domanda
di investimenti. L’investimento non
immobiliare – la domanda di stabilimenti
e macchinari da parte delle imprese – in
quell’anno è diminuito del 4,5%. La causa è stata la fine del periodo che Alan Greenspan
aveva definito di «euforia irrazionale».
Nella seconda parte degli anni Novanta, le
imprese erano state estremamente ottimiste
circa il futuro, e di conseguenza il tasso di
investimento aveva raggiunto livelli molto
elevati. Tra il 1995 e il 2000, il tasso di
crescita medio annuo degli investimenti
aveva superato il 10%. Tuttavia, nel 2001
era divenuto evidente che le imprese erano
state eccessivamente ottimiste e avevano
investito troppo. Ciò le ha portate a tagliare
gli investimenti, causando un calo della
domanda e, attraverso il moltiplicatore, un
calo del PIL. La recessione sarebbe potuta
anche essere più grave, ma fu contrastata
da un’appropriata risposta di politica economica,
che ne ha indubbiamente limitato
la gravità e la durata.


Consideriamo innanzitutto la politica
monetaria. Dall’inizio del 2001, la Fed, nel
timore che l’economia stesse rallentando, ha
iniziato ad aumentare l’offerta di moneta e
a ridurre fortemente il tasso di interesse sui federal funds (la fig. 2 mostra l’andamento
del tasso di interesse sui federal funds tra il
primo trimestre del 1991 e il quarto trimestre
del 2002). Ha continuato a farlo per
tutto l’anno. Il tasso sui federal funds, che in
gennaio era pari al 6,5%, alla fine dell’anno
era sceso a meno del 2%, un livello molto
basso per gli standard storici.
Passiamo alla politica fiscale. Durante la
campagna elettorale del 2000, il candidato
George Bush ha promesso un programma
di riduzione delle imposte. Egli sosteneva
che il bilancio federale era in avanzo, e
pertanto c’era spazio per ridurre le imposte
senza compromettere il bilancio. Nel 2001,

quando il presidente è entrato in carica, era
chiaro che l’economia stava rallentando e
ciò gli ha fornito un ulteriore motivo per
ridurre le imposte: aumentare la domanda e
combattere la recessione. I bilanci del 2001
e del 2002 includevano forti tagli fiscali. Dal
lato della spesa, gli eventi dell’11 settembre
del 2001 hanno causato un aumento delle
uscite, soprattutto per la difesa interna ed
estera.
La figura 3 mostra l’andamento delle
entrate e della spesa del governo federale
tra il primo trimestre del 1999 e il quarto
trimestre del 2002, entrambe espresse in
percentuale sul PIL. Si noti il forte calo delle
entrate iniziato nel terzo trimestre del 2001.
Anche senza tagli delle imposte, le entrate
sarebbero comunque diminuite durante la
recessione: un prodotto e un reddito più
bassi riducono automaticamente le entrate
fiscali. Tuttavia, a causa dei tagli fiscali, nel
2001 e nel 2002 la riduzione delle entrate è stata molto maggiore di quanto fosse
dovuto alla sola recessione. Si noti anche il
modesto ma costante aumento della spesa
iniziato all’incirca nello stesso periodo.
Di conseguenza, l’avanzo di bilancio – la
differenza tra entrate e spesa – è diventato
negativo nel 2001, e ancor di più nel 2002,
dopo essere stato positivo fino al 2000.
Gli effetti della riduzione iniziale della
domanda di investimento e le risposte di
politica fiscale e monetaria possono essere
rappresentati in uno schema IS-LM. Nella
figura 4, assumiamo che l’equilibrio alla
fine del 2000 sia rappresentato dal punto A, all’intersezione tra la curva IS iniziale e
la curva LM iniziale. Nel 2001 è accaduto
ciò che segue:
• La riduzione dell’investimento ha fatto
spostare la curva IS verso sinistra, da IS aIS″. In mancanza di interventi di politica
economica, l’economia si sarebbe spostata
nel punto A″, con una produzione Y″.
• L’aumento dell’offerta di moneta ha
fatto spostare la curva LM verso il basso,
da LM a LM′.
• La riduzione delle aliquote fiscali e
l’aumento della spesa hanno entrambe
causato uno spostamento della curva IS verso destra, da IS″ a IS′.

Fig. 4. La recessione statunitense del 2001.
Come conseguenza del calo della domanda
di investimento e delle due risposte di
politica economica, nel 2001 l’economia si
trovava nel punto A′, con un calo di produzione
e un tasso di interesse di gran lunga
inferiore. Il livello di produzione associato
ad A′ era molto più basso di quello associato
ad A – a causa della recessione – ma
molto più alto di quello associato ad A″, il
livello che avrebbe prevalso in assenza di
interventi di politica economica.
Concludiamo rispondendo a tre domande
che, a questo punto, vi starete ponendo:
• Perché la politica fiscale e quella monetaria
non sono state usate per evitare, invece
che solo per ridurre, la recessione?
La ragione è che le variazioni di politica
economica hanno effetto sulla domanda e
sulla produzione solo nel corso del tempo.
Quindi, nel momento in cui è diventato
chiaro che l’economia statunitense stava
entrando in recessione, era già troppo
tardi perché la politica economica potesse
evitarlo. Ciò che la politica economica ha
potuto fare è ridurre la gravità e la durata
della recessione.
• Gli eventi dell’11 settembre hanno contribuito
a causare la recessione?
La risposta, in breve, è no. Come abbiamo
visto, la recessione è iniziata ben prima
dell’11 settembre, ed è finita poco dopo.
In effetti, nell’ultimo trimestre del 2001 la
crescita del PIL è stata positiva. Ci si sarebbe
potuto aspettare – ed effettivamente molti
economisti se lo aspettavano – che gli eventi
dell’11 settembre avessero un forte impatto
sulla produzione, causando soprattutto il ritardo
delle decisioni di spesa da parte delle
imprese e dei consumatori. Ma, di fatto, il
calo della spesa è stato modesto e di breve
durata. I tagli dei tassi sui federal funds dopo
l’11 settembre – e i forti sconti praticati
dai produttori di automobili nell’ultimo
trimestre del 2001 – sono stati cruciali per
mantenere elevate la fiducia e la spesa dei
consumatori in quel periodo.
• Il mix di politica fiscale e monetaria
usato per combattere la recessione è un
buon esempio di come condurre la politica
economica?
Su questo, gli economisti non sono d’accordo
tra loro. La maggior parte di essi
apprezza la Fed per aver fortemente ridotto
i tassi di interesse non appena l’economia ha
iniziato a decelerare. Ma pensa anche che i
tagli fiscali del 2001 e 2002 abbiano causato
disavanzi di bilancio ampi e duraturi. Essi
sostengono che i tagli delle imposte avrebbero
dovuto essere temporanei, per aiutare
l’economia a uscire dalla recessione, ma che
subito dopo sarebbero dovuti terminare.
Invece, i tagli fiscali sono stati permanenti;
nonostante l’economia statunitense sia oggi
nel bel mezzo di una forte espansione, il
disavanzo di bilancio è ancora elevato e si
calcola che rimarrà tale per almeno tutto
il resto del decennio. Questo in futuro
causerà molti problemi.
Tassi di interesse nominali e inflazione in America Latina nei primi anni Novanta
La figura seguente mostra le coppie tasso di interesse
nominale-inflazione per 8 paesi latino-americani (Argentina, Bolivia,
Cile, Equador, Messico, Perù, Uruguay e Venezuela) per il
1992 e il 1993. Poichè i dati del Brasile sarebbero enormemente
più grandi di quelli degli altri paesi, non li abbiamo inclusi
nella figura (nel 1992, il tasso di inflazione in Brasile era del
1008% e il tasso di interesse nominale 1560%. Nel 1993, l’inflazione
era al 2140% e il tasso di interesse nominale al 3240%). I dati
sull’inflazione si riferiscono al tasso di variazione dell’indice
dei prezzi al consumo. I dati sul tasso di interesse nominale si
riferiscono ai tassi passivi. La definizione esatta di questo termine
varia da paese a paese, ma possiamo pensare come esempio riferito
agli Stati Uniti, al tasso di interesse prime – il tasso praticato
ai creditori con il miglior rating di credito.
Si noti l’ampia gamma di tassi di inflazione, dal 10% a circa
il 100%. E’ proprio per questo che abbiamo scelto di presentare
i dati per l’America Latina nei primi anni novanta. Con una
tale variazione dell’inflazione, possiamo imparare molto sulla
relazione tra tassi di interesse nominale e inflazione. E infatti
la Figura mostra una chiara relazione tra inflazione e tassi di
interesse nominale. La linea disegnata nella Figura mostra quale
dovrebbe essere il tasso di interesse nominale secondo l’ipotesi
di Fisher, assumendo un tasso di interesse reale del 5%, cosicché
i = 5% + p. La pendenza della linea è uno: sotto l’ipotesi
di Fisher, un aumento dell’1% dell’inflazione dovrebbe
riflettersi in un aumento dell’1% del tasso di interesse nominale.
Come potete vedere, la linea è una stima abbastanza buona:
circa metà dei punti sono sopra la linea, l’altra metà
sotto. L’ipotesi di Fisher sembra abbastanza coerente con
l’evidenza sui paesi latino-americani nei primi anni novanta.

Figura: Tassi di interesse
nominale e inflazione: America Latina, 1992-93
Il Brasile non è rappresentato; il suo tasso di interesse
nominale e il suo tasso di inflazione, entrambi a quattro cifre,
sarebbero molto lontani rispetto agli altri paesi.
Derivazione del valore presente
scontato usando i tassi di interesse
nominali e reali
Lo scopo di questa appendice è mostrare
che i due modi di esprimere il valore presente
scontato, rappresentati nelle equazioni [13.5] e
[13.7] del testo, sono equivalenti.
Innanzitutto riscriviamo le due equazioni.
L’equazione [13.5] dà il valore attuale
come somma dei pagamenti nominali correnti
e futuri attesi, scontata usando i tassi di interesse
nominali correnti e futuri attesi:
[13.5] 
L’equazione [13.7] dà il valore attuale come
somma dei pagamenti reali correnti e futuri
attesi, scontata usando i tassi di interesse reali
correnti e futuri attesi:
[13.7] 
Dividiamo entrambi i lati dell’equazione [13.5]
per il livello corrente dei prezzi, Pt. Il lato sinistro
diventa $Vt/Pt = Vt, il valore presente
scontato reale, lo stesso che compare sul lato
sinistro dell’equazione [13.7].
Prendiamo ora uno alla volta ciascun termine
del lato destro dell’equazione [13.5].
Il primo termine diventa $zt/Pt = zt, il pagamento
corrente in termini reali. Questo termine
è uguale al primo termine sul lato destro
dell’equazione [13.7].
Il secondo termine è dato da

Moltiplicando numeratore
e denominatore per ,
il livello atteso
dei prezzi per il prossimo anno, otteniamo:

La terza frazione rappresenta il pagamento
reale atteso al tempo t + 1. Consideriamo ora
la seconda frazione. Notiamo che

può essere riscritto come

e quindi, usando la definizione di inflazione
attesa, come

Riscrivendo insieme le
tre frazioni del secondo termine:

Infine, usando la definizione di tasso di interesse
reale dell’equazione [13.3], otteniamo:

Questo termine è uguale al secondo termine
sul lato destro dell’equazione [13.7].
Lo stesso metodo si applica agli altri termini.
Accertatevi di riuscire a derivare per vostro
conto almeno il termine successivo. Ne
segue che le equazioni [13.5] e [13.7] sono
modi equivalenti di definire e di derivare il
valore presente scontato di una sequenza di
pagamenti.
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