|
| Capitolo VI - Approfondimenti |
Henry Ford e i salari di efficienza
Nel 1914, Henry Ford – il costruttore dell’automobile
più famosa del mondo, il modello
T – fece un annuncio sorprendente. La
sua società avrebbe pagato a tutti i lavoratori
qualificati un minimo di 5 dollari al giorno
per una giornata lavorativa di otto ore. Questo
rappresentava un notevole incremento
di salario per gran parte degli occupati,
che fino ad allora avevano guadagnato 2,34
dollari per una giornata lavorativa di nove
ore. Anche se i profitti erano soddisfacenti,
l’impatto di questo aumento salariale non
era affatto trascurabile: rappresentava circa
metà dei profitti totali della società.
Quali motivazioni spingessero Ford non è
ancora del tutto chiaro. Egli stesso elencò
una lunga serie di ragioni, ma non sappiamo
quali fossero quelle in cui credeva veramente.
La ragione principale non era la difficoltà
della società a reperire lavoratori al salario
di prima, ma la difficoltà nel mantenerli alle
sue dipendenze. C’era infatti un alto tasso di
turnover, e un’elevata insoddisfazione tra i
lavoratori.
Quali che fossero le ragioni dietro la scelta
di Ford, i risultati dell’aumento salariale
furono sorprendenti. Essi sono riportati
nella tabella 1.
Il tasso annuale di turnover (il rapporto tra interruzioni
del rapporto di lavoro e occupati)
crollò dal 370% nel 1913 al 16% nel 1915. Il
tasso di licenziamento scese dal 62% a quasi
lo 0%. Altri indicatori vanno nella stessa
direzione. Il tasso medio di assenteismo, che
era del 10% nel 1913, scese al 2,5% l’anno
successivo. Non c’è alcun dubbio che la
fonte principale di questi cambiamenti fu
l’aumento salariale.
La produttività alla Ford aumentò abbastanza
da compensare il costo dei maggiori salari? La
risposta a questa domanda è meno chiara. La
produttività era molto più alta nel 1914 che
nel 1913; le stime degli aumenti di produttività
vanno dal 30 al 50%. Nonostante gli elevati
salari, anche i profitti furono più elevati nel
1914 rispetto all’anno precedente. Ma quanto
questo aumento fosse dovuto a variazioni del
comportamento e quanto al crescente successo
del modello T è difficile da stabilire.
Quindi, mentre gli effetti depongono a
favore della teoria dei salari di efficienza,
potrebbe anche darsi che l’aumento salariale
a 5 dollari al giorno fosse eccessivo, almeno
dal punto di vista della massimizzazione
dei profitti. Ma Henry Ford probabilmente
aveva anche altri obiettivi, come tenere lontani
i sindacati dalla sua società – cosa che
riuscì a ottenere – e come fare pubblicità a
se stesso e alle sue automobili – cosa in cui
riuscì ancor meglio.

Fonte: D. Raff e L. Summers, Did Henry Ford Pay Efficiency Wages?, in «NBER Working Paper»,
2101, dicembre 1986.
Equazioni dei prezzi e dei salari
contro offerta e domanda
di lavoro
Probabilmente, nel vostro corso di microeconomia,
avrete visto una rappresentazione
dell’equilibrio in un mercato concorrenziale
del lavoro in termini di domanda e offerta
di lavoro. Come si concilia con essa la nostra
presentazione in termini di determinazione
dei salari e fissazione dei prezzi?
Da un certo punto di vista, le due rappresentazioni
sono simili. Per vedere come, ridisegniamo
la figura 6.6, ma in termini di salario
reale e di livello di occupazione (invece
che di tasso di disoccupazione). Lo facciamo
nella figura 6A.1.

FIG. 6A.1. Equazioni dei salari e dei prezzi e livello naturale di occupazione.
L’occupazione (N) è misurata sull’asse
orizzontale. Il livello di occupazione deve essere
in un qualche punto tra 0 e L, la forza
lavoro. Quanto più elevato è il livello di occupazione,
tanto minore è il tasso di disoccupazione,
e quindi tanto maggiore sarà il salario
reale stabilito nella determinazione dei salari.
Quindi, l’equazione dei salari è ora inclinata
positivamente. L’equazione dei prezzi è ancora
una retta orizzontale in corrispondenza di W/P = 1/(1 + µ). L’equilibrio si trova nel punto A, dove il livello di occupazione è il livello
naturale – e il tasso di disoccupazione è uguale
al tasso naturale.
Si noti che in questa figura l’equazione dei
salari assomiglia a un’equazione standard di
offerta di lavoro. All’aumentare del livello di
occupazione, aumenta anche il salario reale pagato
ai lavoratori. Per questo motivo, l’equazione
dei salari a volte è chiamata equazione di «offerta di lavoro» (tra virgolette).
Quella che abbiamo chiamato equazione
dei prezzi assomiglia a un’equazione di domanda
di lavoro piatta. La ragione per cui è
piatta invece che negativamente inclinata ha a
che vedere con la nostra ipotesi semplificatrice
di rendimenti costanti del lavoro nella produzione.
Se avessimo ipotizzato, più realisticamente,
rendimenti decrescenti, la nostra
curva dei prezzi sarebbe stata negativamente
inclinata, come la curva standard di domanda
di lavoro. A causa dei costi marginali crescenti,
con l’aumentare dell’occupazione, le imprese
dovrebbero aumentare il loro prezzo a
parità di salario nominale; in altre parole, il
salario reale derivante dalla fissazione dei
prezzi diminuirebbe all’aumentare dell’occupazione.
Tuttavia, da un altro punto di vista, i due
approcci sono radicalmente diversi.
L’equazione standard di offerta di lavoro
dà il salario al quale un certo numero di lavoratori
sono disposti a lavorare. Invece, nella
nostra equazione dei salari, il salario corrispondente
a un dato livello di impiego è il risultato
di un complesso processo di contrattazione
tra i lavoratori e le imprese, o della determinazione
unilaterale dei salari da parte
delle imprese. Fattori come la struttura della
contrattazione collettiva o l’uso dei salari per
disincentivare le dimissioni influenzano l’equazione
dei salari; non trovano alcun posto, invece,
nell’equazione standard di offerta di lavoro.
L’equazione standard di domanda di lavoro
dà il livello di occupazione scelto dalle imprese
a un dato salario reale. Essa è derivata
nell’ipotesi che le imprese operino in mercati
dei beni e del lavoro concorrenziali e che,
quindi, salari e prezzi – e di conseguenza il
salario reale – siano dati. L’equazione dei
prezzi tiene conto del fatto che in gran parte
dei mercati sono le imprese che di fatto fissano
il prezzo. Fattori quali il grado di concorrenza
nel mercato dei beni influenzano l’equazione
dei prezzi attraverso il markup sui costi;
questi fattori, invece, non trovano posto nell’equazione
standard della domanda di lavoro.
|