Capitolo III - Approfondimenti

 

1. Introduzione all'econometria
2. Che ruolo ha avuto la fiducia dei consumatori nella recessione statunitense del 1990-1991?
2. Il paradosso del risparmio


Che ruolo ha avuto la fiducia dei consumatori nella recessione statunitense del 1990-1991?

Nel terzo trimestre del 1990, dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, ma prima dell’inizio della Guerra del Golfo, la crescita del Pil statunitense è diventata negativa ed è rimasta tale per i due trimestri successivi. Come abbiamo visto nel capitolo 2, gli economisti usano la parola "recessione" per definire un periodo di almeno due trimestri consecutivi di riduzione del Pil. L’episodio che qui ricordiamo è noto come la recessione del 1990-1991.

La seconda colonna della tabella dà il Pil reale – in miliardi di dollari ai prezzi del 1992 – dal secondo trimestre del 1990 al secondo trimestre del 1991. La terza colonna dà la variazione del Pil da un trimestre al successivo. Notate che il Pil è misurato su base annua, per cui i valori riportati sono pari a 4 volte quelli trimestrali. A prima vista, esprimere variabili mensili o trimestrali su base annua potrebbe creare confusione. In realtà, riportare tutte le variabili – trimestrali, mensili o giornaliere – su base annua è utile per confrontarle tra loro. Nei trimestri 1990:3, 1990:4 e 1991:1, il tasso di variazione del Pil è negativo. È proprio questa la recessione del 1990-1991.
I macroeconomisti non avevano previsto la recessione del 1990-1991. In larga parte, questo è avvenuto a causa di variazioni della spesa che non erano state o non potevano essere anticipate. Ciò risulta chiaro dalle colonne 4 e 5 della tabella. La colonna 4 dà le previsioni fatte per ogni trimestre nel precedente. Ad esempio, la previsione del Pil fatta nel secondo trimestre del 1990 per il terzo era di 6.199 miliardi di dollari. La colonna 5 dà l’errore di previsione, la differenza tra il valore effettivo e la previsione. Un errore di previsione positivo indica che il Pil effettivo è stato maggiore del previsto. Riprendendo il nostro esempio, poiché il valore effettivo del Pil nel terzo trimestre del 1990 è stato di 6.142 miliardi di dollari, l’errore di previsione per quel trimestre è stato pari a 6.142 – 6.199 = –57 miliardi di dollari.
Come potete vedere, gli errori di previsione sono negativi durante tutti e tre i trimestri della recessione. Inoltre, essi sono maggiori della effettiva riduzione del Pil nei primi due trimestri della recessione. In altre parole, all’inizio di questi due trimestri, le previsioni erano di crescita positiva, ma la crescita è stata invece negativa. Ad esempio, la previsione fatta nel secondo trimestre per il terzo era di un incremento del Pil di 6.199 – 6.171 = –28 miliardi di dollari. La variazione effettiva del Pil è stata una riduzione di 29 miliardi di dollari.
Da che cosa sono stati provocati questi errori di previsione? In termini della [3.8], quale delle determinanti della spesa è stata maggiormente responsabile: C0, I, G o T? La ricerca suggerisce che la causa principale degli ultimi due trimestri di recessione è stata una riduzione inattesa della componente autonoma del consumo (C0). Gli errori di previsione di C0 sono dati dalla colonna 5 della tabella. Essa mostra due errori fortemente negativi per gli ultimi due trimestri della recessione.
Un forte calo di C0 non è altro che un crollo dei consumi a parità di reddito disponibile. Perché il consumo è diminuito così tanto, a parità di reddito, tra la fine del 1990 e l’inizio del 1991? La causa diretta si trova nell’ultima colonna della tabella, che dà il valore dell’indice di fiducia dei consumatori. Questo indice è calcolato sulla base di un sondaggio mensile rivolto a 5.000 famiglie. Esso chiede ai consumatori quanta fiducia abbiano nella situazione economica presente e futura, dalle opportunità di lavoro al loro reddito atteso nei sei mesi successivi. Come si può vedere, nell’ultimo trimestre del 1990 si è verificato un drammatico crollo di fiducia. I consumatori hanno perso fiducia, e di conseguenza hanno tagliato le spese per consumi a parità di reddito, causando la recessione.
Questo ci porta a un’ultima domanda. Perché alla fine del 1990 i consumatori hanno perso in modo così drammatico la fiducia? Perché sono diventati improvvisamente pessimisti circa il futuro? La verità è che, a tutt’oggi, gli economisti non sono ancora del tutto sicuri di conoscere la risposta. È possibile che questo cambiamento nelle aspettative sia stato legato alla crescente probabilità di un conflitto in Medio Oriente – in effetti la guerra è cominciata all’inizio del 1991, poco dopo l’inizio della recessione. Le persone probabilmente temevano che gli Stati Uniti potessero essere coinvolti in un conflitto costoso e duraturo, e che la guerra in Medio Oriente facesse lievitare il prezzo del petrolio e causasse una recessione (negli anni Settanta il prezzo del petrolio era aumentato per ben due volte generando due recessioni). Qualunque ne fosse la ragione, il crollo di fiducia dei consumatori è stato il fattore principale all’origine della recessione del 1990-1991.



Il paradosso del risparmio

Fin da piccoli, ci insegnano le virtù del risparmio. Chi spende tutto il suo reddito è condannato a passare il resto dei suoi giorni da povero. Chi invece risparmia potrà vivere tranquillamente. Analogamente, il governo spesso ci dice che un’economia che risparmia crescerà forte e prospera. Il modello che abbiamo visto in questo capitolo, tuttavia, ci racconta una storia diversa e abbastanza sorprendente. Supponiamo che a un dato livello di reddito, i consumatori decidano di risparmiare di più. In altre parole, supponiamo che i consumatori riducano c0, aumentando in tal modo il risparmio. Cosa succede alla produzione e al risparmio?
L’equazione [3.12] dice chiaramente che la produzione di equilibrio diminuisce.
Quando le persone risparmiano di più al loro livello iniziale di reddito, riducono i loro consumi. Ma questa riduzione dei consumi a sua volta riduce la domanda e la produzione.
Cosa possiamo dire del risparmio? Torniamo all’equazione del risparmio privato, l’equazione [3.11] (ricordate che assumiamo che il risparmio pubblico non cambi, cosicché risparmio e risparmio privato si muovono insieme):
S = – c0 + (1 – c1)(Y T)
Da un lato, – c0 è maggiore (meno negativo): i consumatori risparmiano di più ad ogni livello di reddito; ciò fa aumentare il risparmio.
D’altra parte il reddito Y ora è minore: ciò riduce il risparmio. L’effetto netto sembrerebbe ambiguo. Invece possiamo dire con certezza in quale direzione andrà.
Per capirlo, torniamo all’equazione [3.10], la condizione di equilibrio secondo la quale investimento e risparmio devono essere uguali:
I = S + (T G)
Per ipotesi, l’investimento non cambia:I = I. Neppure T e G cambiano. Per la condizione di equilibrio, quindi, nemmeno il risparmio cambia. Anche se le persone vogliono risparmiare di più a un dato livello di reddito, quest’ultimo si riduce in misura tale da lasciare invariato il risparmio.
Ciò significa che il tentativo di risparmiare di più si traduce in una riduzione del prodotto e in un risparmio invariato. Questa sorprendente combinazione di risultati è nota come paradosso del risparmio.
Allora dovremmo forse concludere che la saggezza tradizionale è infondata? Le persone dovrebbero essere meno parsimoniose? No. I risultati di questo semplice modello sono rilevanti nel breve periodo. Infatti è stato proprio il desiderio di risparmiare di più la causa della recessione del 1990-1991 (si veda l'approfondimento precedente dedicato a questo tema).
Tuttavia, come vedremo in seguito, rendendo il modello più realistico, altri meccanismi entreranno in gioco e un aumento del risparmio porterà a risparmi e reddito più elevati nel lungo periodo. Resta comunque valido l’avvertimento: le politiche che incoraggiano il risparmio possono essere buone nel lungo periodo, ma nel breve periodo possono causare una recessione.

 

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